Serial...stories

 Serial... stories!


Nuova pagina dedicata a tutti coloro che, oltre ad apprezzare il mio stile di scrittura, amano generi e ambientazioni dai quali prendono vita i miei personaggi. Ogni mese sceglierò un racconto da proporvi, corredato poi dal contributo di foto e/o video che ne accompagnano la promozione. 

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Racconto di maggio

Premiato all'Argentario 2025 nella raccolta Favole Inquiete

A m n e s i a


«Signor Bennett… Bennett, mi sente?... Si era assopito. Si ricorda dov’era rimasto?»
L’uomo spalanca occhi stanchi mostrandosi per un attimo confuso e volge lo sguardo all’ambiente asettico che lo circonda, poi, di nuovo lucido, fissa i due interlocutori che ha di fronte al di là del tavolo.
«No, io… sarà la stanchezza, non so dire quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualche ora di sonno continua… questa storia mi ha messo allo stremo, non credo di poter reggere oltre.»
«La medusa, signor Bennett, stava descrivendo qualcosa in merito a una medusa anche se, francamente, non abbiamo compreso bene il collegamento che secondo lei esiste con sua moglie Amaya e l’omicidio.»
La parola omicidio è come una spina che si conficca all’istante nella sua testa e produce una smorfia sofferta facendogli ritrovare un’insospettabile vigoria.
«Sì, è stata uccisa per colpa di quella maledetta medusa! Perché non mi volete credere?! – Sbatte un pugno sul tavolo e il tono si altera rivelando un livello molto alto di stress psicofisico. – Eppure non è difficile, Cristo Santo, dovevate solo prestare attenzione a quello che vi ho detto finora. Il suo collega ha scritto ogni cosa, perché diavolo non mandate qualcuno a controllare? Ci sono fatti, riscontri che possono testimoniare che tutto ciò che vi ho detto corrisponde a verità!»
Il più anziano dei due gli afferra con fermezza il polso senza alterare il suo tono di voce flemmatico.
«Mantenga la calma, signor Bennett, agitarsi non l’aiuta a chiarire la sua posizione. Ha fatto molta confusione fino a questo momento, abbiamo compreso alcuni elementi ma sarebbe utile ripartisse dall’inizio ora che sembra poter ricordare meglio i fatti accaduti.»
«Cristo… E va bene, va bene mi lasci il braccio, è passata. Volete risentire tutto daccapo? Okay, l’ho già detto a due vostri colleghi e ripetuto a voi, ora spero soltanto che qualcuno muoverà il suo culo da questa stazione di polizia per verificare la mia deposizione.»
«Lo faremo, Bennet, non si preoccupi. – Interviene il più giovane. – Ma stavolta vorrei andasse più lentamente, ripensando con attenzione alle immagini che rivede nella sua mente, collocandole esattamente nel tempo e nello spazio. Provi a descrivere concretamente luoghi e orari, cerchi di tratteggiare i volti delle persone, esponga compiutamente la vicenda come la ricorda. Vuole ricominciare a raccontarci di lei e della professione che svolge?»
«Posso avere una sigaretta?»
«Veramente sarebbe proibito fumare qui dentro.»
I due si scambiano un’occhiata prima che il più anziano faccia un cenno affermativo con la testa
«Ecco, signor Bennett, gliela accendo. Desidera anche qualcosa da bere?»
«Vorrei dirvi due dita di scotch ma so già come reagireste. Acqua, se possibile.»
Dopo qualche istante l’uomo ritorna con una bottiglietta di minerale, porgendogliela.
«Bene, se adesso è pronto l’ascoltiamo e si ricordi ciò che le ho detto prima.»
L’uomo appoggia i gomiti sul tavolo e per un’istante racchiude il volto tra le mani in un gesto di rassegnato sconforto.
«Bennett, Michael J. Bennett, 43 anni, sono un ricercatore scientifico, biologo e naturalista. Stavo lavorando per il governo degli Stati Uniti insieme a mia moglie, la dottoressa Amaya Johnson, su di un progetto denominato Methuselah[1] che aveva come scopo principale quello di allungare la vita media dell’uomo portandola quasi a raddoppiare. È un programma dal grado di segretezza elevato, se vogliamo scendere nei dettagli dei risultati raggiunti, ma dato che mi trovo coinvolto in questa situazione drammatica e accusato di omicidio potrete facilmente verificare tutte le mie affermazioni presso la Boston University, dove sono accreditato di un laboratorio di ricerca dedicato a Methuselah che sto portando avanti anche in collaborazione con la James Cook University di Brisbane.»
«Capisco... Proceda pure, vada avanti.»
«Turritopsis Nutricula.»
«Come ha detto?»
«Ad oggi esiste solo una specie che è stata definita biologicamente immortale: la medusa Turritopsis Nutricula. Questo minuscolo e trasparente invertebrato marino si trova negli oceani di tutto il mondo e la sua capacità di invertire il ciclo vitale in risposta a condizioni avverse le consente di aggirare o perlomeno ritardare la morte. Nel regno animale è l'unica forma nota per questa sua capacità, in pratica ritornando allo stato di polipo si concede ogni volta un nuovo inizio. Per farle un esempio concreto è come se un uomo arrivato sulla soglia dell’ottantina decidesse che non è il caso di provare ad andare oltre e spingendo un bottone biologico del suo organismo ritornasse di colpo all’infanzia, rigenerando non solo il suo aspetto esteriore ma anche gli organi interni. Certo la Nutricula è soggetta a malattia e all’attacco di altri animali che se ne cibano, ma potenzialmente detiene le chiavi dell’immortalità nei suoi geni.»
Bennett appare piuttosto esaltato alle sue stesse considerazioni mentre i due uomini lo osservano attentamente perplessi.
«Dunque ci sta dicendo che con i suoi studi avrebbe trovato la possibilità di rendere immortale il genere umano?»
«No. No… non è esattamente così, siamo ancora lontani dall’ottenere un organismo eterno. La sperimentazione sul genoma umano è appena agli inizi e i risultati fin qui raggiunti dicono che il processo può essere replicato soltanto una volta e non è ancora stabile a sufficienza. Ma finalmente dopo anni di studi eravamo riusciti ad isolare il gene e innescare il complicato meccanismo biologico che permette alle cellule di regredire allo stato embrionale.
Era il 7 di luglio, una data impossibile da dimenticare…
Ci trovavamo da oltre un mese ancorati al largo di Half Moon Bay, una delle spiagge più belle di Antigua nelle Piccole Antille, un luogo da sogno per studiare la nostra minuscola “star”: spiagge bianchissime ricoperte di palmizi e un mare smeraldino nel quale appena ti immergi scopri una metropoli traboccante di abitanti, con autostrade di rossi coralli e dimore fatte di conchiglie dalle forme più insolite. Dopo aver avuto notizia di forti concentramenti della medusa nei dintorni dell’isola, avevamo organizzato rapidamente il viaggio con la Cruiser, un imbarcazione con annesso laboratorio oceanico costruita appositamente grazie ai fondi governativi; ci saremmo fermati nella zona tutto il tempo necessario a proseguire gli studi. E le cose stavano procedendo a gonfie vele.

7 Luglio ore 7:50
Oceano Atlantico, Half Moon Bay, Isola di Antigua


«Una concentrazione così numerosa non la osservavo da tempo, eppure più di due terzi sono allo stato di polipo, forse c’è carenza di nutrimenti. La temperatura varia solo di un grado, tra i 26 e 27, proviamo a prelevare campionature con le reti da plancton in tratti di mare differenti e poi fammi avere i risultati delle analisi al più presto.»
«Lo faccio subito. Appena tua moglie riemerge dall’immersione dille che è pronta la colazione.»
«Ti ho sentito, Timothy. Missione compiuta e sono affamatissima!» Risponde una voce squillante appena fuori lo scafo.
«Toh, lupus in fabula! Arrivi al momento giusto: le mie uova sono spettacolari ma se le fai raffreddare non garantisco. Togliti la muta e datti un’asciugata che ti aspetto sottocoperta.»
Amaya salì la scaletta dell’imbarcazione e depose due contenitori sul ponte, poi mi si avvicinò mentre stavo leggendo alcuni tabulati riguardanti le correnti marine.
«Ho fatto un bel carico, avremo da lavorare.»
«Hai avuto problemi?»
«No, Michael, a parte che sono stata avvicinata da un bellissimo esemplare di squalo Limone, sarà stato oltre tre metri. Ha solo fatto il curioso ma quando ti si avvicina un’animale del genere mette sempre un po’ di soggezione.»
«Sì, è per quello che preferisco che scendi sempre con Timothy o con Arthur quando non ci sono io.»
«Me la so cavare, non temere. Hai già ripreso con la sperimentazione in laboratorio? Ci tengo che mi aspetti prima di dare il via a un nuovo test.»
«Tranquilla, non muoverò una sola provetta senza la tua preziosa presenza anche perché mi sento che ci siamo ormai vicinissimi.»
Quel giorno, appena in possesso dei risultati procedemmo alacremente un tentativo dietro l’altro finché…
«Ci siamo, Amaya! Lo abbiamo isolato, non ci sono dubbi la risposta è positiva in tutte e tre le prove, i filamenti di DNA clonato della Nutricula hanno attecchito perfettamente senza alterare il DNA delle cellule umane dando vita al processo di rigenerazione. Siamo andati ben oltre gli esperimenti di epigenetica che hanno ringiovanito cellule umane invecchiate, ora abbiamo le chiavi per innescare il processo al bisogno.»
«Mi sembra ancora incredibile non ci sia rigetto… cinque anni di studi, innumerevoli test con decine di notti passate in bianco a rifare calcoli e ipotesi migliaia di volte… e adesso…»
«Sì, sì Amaya, ce l’abbiamo fatta! Questo potrebbe significare riportare lo sviluppo di un essere umano da una fase di senescenza avanzata fino a un completo rinnovamento degli organi allo stato preadolescenziale. Dobbiamo passare immediatamente a una seconda fase di sperimentazione testandone tutti i possibili effetti collaterali e trovando la stabilità che ci occorre prima di procedere sull’uomo.»
Presi da un incontenibile entusiasmo comunicammo gli ultimi risultati ottenuti ai nostri due colleghi che avevano condiviso con noi sul campo tutta la delicata fase di ricerca. Il dottor Timothy Spencer accolse con grande eccitazione la notizia mentre Arthur Harries sembrò più cauto e volle riesaminare i test finali ripetendo le sequenze svariate volte, ma a sera inoltrata eravamo tutti certi che un passo avanti gigantesco era stato compiuto. In quei momenti di fervore scatta qualcosa di inspiegabile, è come salire direttamente nell’eden e mettersi nei panni del creatore quando stacca la costola di Adamo per creare Eva. Sì, ci sentivamo onnipotenti, eravamo a nostra volta diventati dei creatori.
Nei giorni successivi non ci si mosse dalle verdi acque di Antigua. Personalmente non vedevo l’ora di rientrare e comunicare la notizia ai nostri vertici, indire conferenze stampa e prenderci il dovuto plauso per aver letteralmente rivoluzionato le aspettative di vita delle generazioni future, ma fino a quel momento, seppur elettrizzati, avevamo evitato che i risultati trapelassero mantenendo un basso profilo in attesa dei nuovi test di stabilità e compatibilità. E per un certo verso il nostro comportamento prudente trovò subito un’amara giustificazione, perché nella settimana successiva ci rendemmo conto che il processo di rigenerazione si innescava una sola volta in ogni vettore trattato; ripetendone nuovamente l’invecchiamento sulle stesse cellule il DNA della Nutricula non funzionava più.
Nonostante la delusione iniziale ai ripetuti tentativi andati falliti, la scoperta restava di enorme valore scientifico: avremmo potuto utilizzare i successi raggiunti come base per intraprendere nuovi studi e magari col tempo migliorarne ulteriormente il risultato.



21 Luglio, ore 13:10
Hilda Davis Drive, Dickenson Bay St,
Saint John's, capitale di Antigua



Profumi di spezie e una variopinta atmosfera caraibica facevano da piacevole contorno al locale. Il Papa Zouk ci era stato consigliato per l’ottimo cibo ma soprattutto perché serviva la migliore varietà di rum dell’isola. E quello fu il nostro primo errore.
«L’aragosta è squisita, dovresti assaggiarla.»
«Il pesce mi sta letteralmente uscendo dagli occhi, per qualche tempo solo carne se non ti dispiace.»
«Se provi anche solo una di queste conchiglie al curry ti ricredi e poi qualunque pietanza servita con questo rum devo ammettere che acquista una marcia in più.»
Avevamo deciso di comune accordo che i nostri sforzi andavano celebrati nel migliore dei modi con un’intera giornata di stacco lontani da provette, microscopi elettronici e monitor di ricerca. Dopo aver ormeggiato la Cruiser nel porto di Saint John's ci lasciammo fagocitare dalle strade della piccola capitale dimenticando quell’aria seriosa da ricercatori per assumere il ruolo di semplici turisti affamati di svago, oltre che delle saporite ricette locali. Ricordo che era sabato e per smaltire l’abbondante libagione, già piuttosto allegri, imboccammo la Market Street per visitare il tradizionale mercatino folcloristico traboccante di souvenirs, frutti e spezie d’ogni tipo. E in quel vortice disordinato di colori e profumi commettemmo il secondo errore.
«Ho trovato quel che ci occorre per festeggiare degnamente: un paio di bottiglie di questo prezioso distillato della canna da zucchero invecchiato dieci anni. – Prima che potessi sconsigliarlo, Timothy aveva già completato l’acquisto al banchetto. – Per stasera sulla barca ne inauguriamo almeno una ammirando il tramonto tropicale e respirando mare.»
Trascorremmo il resto di quella giornata con una puntata alla maestosa cattedrale anglicana per poi perderci fra le tipiche dimore cittadine frutto di trecento anni di dominazione coloniale, infine, quasi al crepuscolo, ritornammo coi piedi sulla nostra imbarcazione per mettere in atto il piano di Timothy. E fu il terzo errore.
«Abbiamo tra le mani una scoperta che vale miliardi, non milioni, e dobbiamo accontentarci dei contributi governativi, forse di qualche royalty che ci verrà concessa e magari di un bel premio Nobel per la ricerca.»
«Che vuoi dire, Arthur?»
«Semplicemente quello che ho detto, ci spetteranno le briciole per il nostro lavoro.»
«Hai bevuto troppo, caro il mio dottore, questa è la verità.»

«No, Amaya, l’alcool scoperchia soltanto la parte più vera di te, ti fa uscire quello che pensi davvero e ciò che sarebbe giusto.»
Timothy era semisdraiato sul ponte, il bicchiere vuoto ancora tra le mani.
«Se volete il mio parere, Arthur ha perfettamente ragione, siamo sfruttati come fossimo una piccola rotella dell’ingranaggio mentre noi siamo la forza motrice che lo fa girare.»
«Dunque cosa suggerisci di fare per mettere in luce questo inestimabile motore?»
«Di sparire.»
«Cosa? Ma che stai dicendo?»
«Non sarebbe così difficile: facciamo i bagagli, eliminiamo tutti i satellitari, chiudiamo telefoni e cambiamo schede, infine lasciamo l’imbarcazione ancorata nel porto di Saint John's.»
«Spero tu stia scherzando!»
«Affatto. Stacchiamo i contatti e voliamo in Europa… ho un amico in Irlanda che ha una casetta sperduta sulle scogliere del Moher, è praticamente irrintracciabile, da lì si potrebbe prendere contatto con enti privati o governi disposti a pagare miliardi per una scoperta come la nostra.»
«Mi sembra davvero un buon piano, – intervenne Arthur – io ci sto.»
Data la piega che stava prendendo la conversazione mi feci sentire con toni molto decisi.
«Finitela di fare discorsi di questo tipo, ne riparliamo domani quando avrete smaltito l’eccesso di rum e le idee torneranno ad essere lucide perché ora non lo sono per niente.»
«Mi spiace che non la pensi come noi, Michael, era da un po’ di tempo che io e Arthur avevamo questa visione comune delle cose, l’alcool centra relativamente, forse ci ha dato soltanto il coraggio di tirarla fuori ma si era già ben radicata. E se ci pensi bene anche per te e tua moglie sarebbero un sacco di benefit qualora prendessi in considerazione la cosa, in fondo ci teniamo ad ascoltare il tuo parere, sei stato tu a capo della ricerca in tutti questi anni e riconosciamo che tuoi sarebbero i meriti maggiori. Sessanta e quaranta sarebbe una spartizione equa fra le coppie ma potremmo arrivare anche ad accettare qualcosa di meno, qui si tratterebbe di cifre dove gli zero si farebbe fatica a contarli.»
«Voi due dovete essere completamente impazziti, mi rifiuto di ascoltare oltre questi discorsi insensati.»
Voltai le spalle a entrambi andandomene sottocoperta e questo fu un altro errore, perché avevano compreso perfettamente che non avrebbero convinto né me né Amaya a aderire a un piano del genere. I ricordi seguenti sono molto oscuri. Un dolore improvviso alla testa e caddi dalle scale finendo nella cabina, ma prima di perdere i sensi udii le grida di Amaya che tentava di venire in mio soccorso, poi più niente. Mi risvegliai improvvisamente sul ponte nel momento che Arthur e Timothy stavano trafficando alle prese con la chiusura di un sacco zavorrato. Avevano ucciso Amaya e stavano per disfarsi del cadavere nell’oceano. Forse credevano di aver eliminato anche me con il colpo alla testa perché ero pieno di sangue e mi avevano già tolto i vestiti. Dentro ero devastato ma non potevo più fare niente per lei e a breve sapevo che mi sarebbe toccata identica sorte. Attesi di riprendere le forze concentrandomi su quello che potevo fare, poi vidi una delle sacche con l’equipaggiamento da immersione che distava meno di mezzo metro, ci infilai dentro la mano e, grazie a Dio, trovai uno dei fucili subacquei ancora carico. Estraendolo feci rumore, Timothy se ne accorse e mi venne incontro rapidamente. Fu in quell’istante che divenni a mia volta un assassino. Il colpo partì trafiggendolo in pieno petto, lo vidi rantolare sorpreso e contorcersi per pochi istanti, poi si lasciò andare e il suo corpo finì fuori bordo. Arthur, dapprima impaurito alla vista della fine fatta dall’amico, appena compreso che ero ormai disarmato me lo ritrovai addosso. Ci fu una colluttazione piuttosto violenta nella quale stavo per aver la peggio e quando mi ritrovai tra le mani una delle due bottiglie di rum che avevamo acquistato lo colpii dritto sulla testa con tutta la forza. Lasciò immediatamente la presa e vidi il suo volto coprirsi di sangue, fece alcuni passi indietro e, senza emettere un suono, finì contro alla scaletta di prora scivolando nell’oceano. Mi sporsi dall’imbarcazione per vedere se il suo corpo tornava a galla… provai ad immergere le mani nel tentativo di salvarlo ma pareva che le acque scure lo avessero letteralmente inghiottito. Poi… poi fu solo dolore… dentro al sacco anche il corpo di Amaya era nudo. Era stata soffocata. I suoi occhi… mi guardava come fosse sorpresa… avevo salvato me stesso ma non ero stato capace di proteggerla.

***
«Io… credo non ci sia altro… quando la polizia caraibica mi ha trovato vagavo nudo per le strade di Saint John's sporco di sangue, agitato e completamente sconnesso… Ora sapete tutto… Sono un assassino, certo, ma non ho ucciso mia moglie… l’amavo.»
A fine racconto i due uomini si alzano dal tavolo con un cenno d’intesa e il più anziano gli tocca per un attimo la mano in un gesto che sembra di umana comprensione. Spariscono nella stanza adiacente chiudendo la porta per dare vita a un breve dialogo che non deve essere udito.
«Adesso che lo hai ascoltato che ne pensi?»
«È ben orientato, vigile. Da quarantotto ore gli è anche stata dimezzata la dose di tranquillanti. Un caso da simposio accademico. La mente umana non finisce mai di stupirmi.»
«Difficile formulare una diagnosi precisa, è come se il suo cervello in seguito al trauma abbia subito una violenta interruzione, un black out talmente forte da aver resettato ogni ricordo della sua vita passata; poi, una volta riconnesso, per cancellare il dolore si è rifugiato all’interno della storia da lui stesso scritta assumendo l’identità del protagonista.»
«Sono già stati fatti numerosi tentativi di portarlo alla regressione del trauma ma non è mai uscito dall’immaginario che ha costruito.»
«Lasciami ritentare ancora una volta, se non dovessi riuscire a indurre lo stimolo del ricordo smettiamo immediatamente la seduta.»
«Come preferisci ma non sono fiducioso.»
La porta si apre e i due individui si accomodano nuovamente al tavolo appoggiando una busta. Il più giovane estrae un libro e alcune fotografie, l’uomo osserva ogni mossa con lineamenti contratti, il volto è scavato e gli occhi appaiono gonfi e segnati da evidenti reticoli di piccole venine sanguigne.
«Ora mi ascolti con molta attenzione: rimanga calmo e apra la sua mente, quanto sto per dirle potrebbe provocarle uno stato di shock temporaneo, potrebbe sentirsi confuso, avvertire nausea e giramenti. Cerchi di dominare le reazioni avverse e se il senso di vertigine dovesse peggiorare mantenga lo sguardo fisso su un punto qualunque della stanza continuando a ripetersi che è reale.»
«Sta cercando di spaventarmi?»
«Non sarebbe quella la nostra intenzione, anzi, al contrario preferiremmo che la sua reazione fosse estremamente misurata, quanto più riuscirà ad assorbire la realtà accettandola consapevolmente tanto si avvicinerà alla guarigione dell’anima.»
«Non capisco… di che cavolo sta parlando?»
«Adesso le farò vedere un libro, questo. – Pone sul piano un volume con il titolo intenzionalmente rivolto verso il suo interlocutore. – Lo osservi e mi dica se le fa venire in mente qualcosa.»
«Methuselah Project? Ma che diavolo?! Nessuno mi ha mai informato che era stato scritto un testo sulla nostra ricerca, il progetto aveva un alto grado di segretezza. Il governo degli Stati Uniti è al corrente dell’esistenza di questo libro?»
«Ha letto il nome dell’autore?»
«Lamarre, Phil Lamarre. Dovrei conoscerlo?»
«Vuole provare a scorrere qualche riga all’interno del testo?»
«Se si parla delle mie ricerche durate oltre cinque anni ne sono perfettamente a conoscenza e non credo di dovermi documentare oltre, la ringrazio.»
I due uomini si scambiano ancora uno sguardo risoluto poi il più giovane espone sul tavolo due fotografie.
«Adesso osservi con attenzione le due immagini e mi dica se ricorda i volti di queste persone.»
«Io… non so… ma perché non mi date tregua… dovrei conoscerle? – La voce si assottiglia, diventa flebile quanto un respiro. – Forse le ho viste da qualche parte, incontro molta gente… mi dicono qualcosa ma non riesco a… - Un tremito inizia a pervaderlo. – Mi fa male la testa e qui dentro fa troppo caldo.»
«Vuole che interrompiamo? Ha bisogno di una pausa?»
«No… no, possiamo andare avanti… ma non capisco dove volete arrivare.»
«Cerchi di non agitarsi, ora le fornirò tutte le informazioni che il suo cervello sta tentando di elaborare. Accettarle dipenderà esclusivamente da lei. Il suo nome non è Michael Bennett ma Phil Lamarre. Lei non è un biologo naturalista ma uno scrittore, ha pubblicato diversi romanzi anche di grande successo e l’ultimo di questi si intitola Methuselah Project.»
«Ma che cazzo state dicendo?!»
«È così, signor Lamarre, scavi dentro il suo io più profondo, entri nell’inconscio e provi a frantumare la barriera protettiva che gli ha costruito intorno. La storia che ci ha raccontato con tanto trasporto altro non è che la trama del suo ultimo libro e lei ha indossato i panni del protagonista, il dottor Michael Bennett.»
«State cercando di confondermi! Perché fate questo? Ho confessato l’omicidio dei miei due colleghi ma è stato per legittima difesa, che altro volete?!»
«Sua moglie è morta davvero, signor Lamarre, come purtroppo anche sua figlia, ma lei non centra nulla con la loro scomparsa anche se un omicidio lo ha davvero commesso. Guardi le foto di questi due uomini, cerchi di ricordare cosa è accaduto il 7 di luglio di quest’anno. Antigua, lei si trovava effettivamente sull’isola di Antigua ma non per fare il ricercatore, aveva affittato un cottage nei pressi di Half Moon Bay insieme a sua moglie Rose e a sua figlia di 11 anni, Dejana. Eravate in vacanza, una vacanza organizzata per festeggiare l’uscita del suo ottavo libro che stava riscuotendo grande successo, una storia che aveva ambientato proprio in questo posto…»


7 Luglio 2024, ore 01:28
Half Moon Bay, Isola di Antigua



«Che hai, Rose?»
«Non riesco a prendere sonno, lo sai che i temporali mi fanno questo effetto. Poi sembra che debba tirare giù le serrande da un momento all’altro, anzi non mi meraviglierei se la tempesta scoperchiasse pure il tetto. La struttura di questo cottage non mi sembra affatto solida.»
«Dai non fare l’esagerata per quello che è soltanto un forte temporale, Dejana dorme già da un pezzo senza nessun problema.»
«Quello che tu definisci soltanto un temporale, qui ai tropici lo chiamano uragano. Io te lo avevo detto che non era prudente viaggiare da queste parti in bassa stagione.»
«E io ti ricordo che questo periodo lo abbiamo concordato insieme per tagliare la ressa di turisti che affollano una delle spiagge più belle del globo.»
«Beh, questo clima me ne ha già fatto pentire. Senti con che intensità sta scrosciando, non riuscirò a chiudere occhio se va avanti così tutta notte.»
«Andiamo, vieni qui tra le mie braccia che mi è venuta una mezza idea su come tenerti tranquilla dato che non vuoi dormire.»
«Stupido…»
Un sorriso malizioso e i due corpi si allacciano teneramente mentre le palme piegano le loro chiome all’uragano atlantico che imperversa lungo tutta la costa sud orientale. La pioggia produce un rombo cadenzato interrotto soltanto da folate di vento più forte che spirano trasversali.
«Fermo, hai sentito?»
«Di cosa parli: la serranda che vibra a ripetizione come avesse vita propria? Lo sgocciolamento a cascata che proviene dalla canalina? Il frusciare nervoso della vegetazione? O che altro?»
«Non sei divertente, a volte mi pento di aver sposato uno scrittore al posto di un avvocato o di un medico… se non altro è gente con i piedi ben piantati per terra.»
«Sei diventata pure permalosa? Non mi sembra che…»
«Zitto! Lo hai sentito di nuovo?»
«Sì… sì hai ragione… sembra ci sia qualcuno che sta trafficando nella zona giorno… resta qui e non muoverti, vado di sotto a controllare.»
«Non andare, Phil, ho paura!»
«Tranquilla, sarà Dejana che si è svegliata con qualche voglia di dolce ed è andata a rovistare in dispensa.»
«Non lo farebbe mai, lo sai! Non lasciarmi qui da sola.»
«Tesoro, scendo un minuto a controllare e torno immediatamente; tu non muoverti e non provare a rivestirti, appena arrivo ti voglio trovare esattamente in questa posizione per riprendere da dove abbiamo interrotto.»
L’uomo scende le scale e prova ad accendere la luce dell’ingresso.
«Cazzo, non c’è elettricità. Colpa dell’uragano di sicuro ma ci era stato garantito che si aziona subito il generatore di emergenza se il principale si guasta. Domani mi sentono.»
Un rumore.
«Ehi, chi c’è?! Dejana sei tu? Dai piccola, se cercavi qualcosa da sgranocchiare perché anche tu non riesci a prendere sonno non mi arrabbio, non c’è alcun bisogno che ti nascondi.»
Avanza verso il minifrigo proprio quando un lampo rischiara una sagoma acquattata di lato, ma appena si avvicina la figura che si erge di fronte a lui è molto più alta e robusta di sua figlia.
«Ma chi…»
Non ha nemmeno il tempo di pronunciare altro, alle sue spalle un forte colpo lo coglie nella zona occipitale del cranio provocandone l’immediata caduta sul pavimento.
«Jesus, lo hai ammazzato! Guardalo, è pieno di sangue dietro la testa.»
«Ci aveva scoperti, che volevi fare, aspettare insieme a lui che chiamasse la polizia? Pensavo di aver colpito più piano.»
«Phil?! Phil, va tutto bene?! Non tenermi in ansia, ti prego.»
«È la donna, è sveglia anche lei. Che facciamo? Forse conviene andarsene.»
«No, no! Il danno è fatto, prima il suo orologio, siamo venuti per quello. Quattro milioni, non te lo dimenticare. Inutile dannarsi a cercarlo, probabilmente c’è una piccola cassaforte nella quale tengono le cose preziose, saliamo dalla donna e ce lo facciamo consegnare.»
Lo sfolgorio di una saetta illumina i due creoli mentre si apprestano a salire la scala, i loro volti sono travisati da una calza di nylon e nelle mani, oltre alla corta spranga di metallo già utilizzata, spunta il riflesso argenteo di un coltello a scatto.
«Phil, se mi stai facendo uno scherzo è la volta che ti tolgo la parola, sei avvisato. Non puoi approfittarti delle mie…»
In quell’istante la porta della camera si apre ma non è la figura del marito che si presenta davanti alla terrorizzata Rose.
«Se fai un grido ti uccidiamo.»
«Ahhhhh!!!»
La voce, fredda e risoluta, parla un inglese incerto con forte assonanza creola ma nonostante abbia perfettamente compreso il senso di quelle parole, l’istinto prevale sulla minaccia.
«Stupida puttana! – Il più determinato dei due, quello che già ha colpito, la raggiunge con un balzo gettandola sul letto e dopo averle tappato la bocca premendole forte la mano le fa sentire il contatto freddo della lama sulla carotide.
«Devi stare zitta! Zitta se non vuoi morire! Io ti uccido! Capisci parola uccido? Ti taglio gola come un galletto!!»
Nel bianco degli occhi sgranati di Rose si legge una paura indicibile. Mugola sotto la pressione esercitata dalla mano ma la testa fa un cenno di assenso verso l’uomo per confermargli che ha compreso.
«Va di là. – Si rivolge al compare. – Vai nell’altra stanza e vedi se la bambina si è svegliata e nel caso trova qualcosa per legarla e portala qui, non voglio ritrovarmela fra i piedi che gira per casa a combinarci qualche scherzetto.»
Quando sente nominare sua figlia, la donna si agita e il suo mugolare diventa più imperioso.
«Sta buona! Buona che se farai quello che ti dico non le faremo niente. Dov’è l’orologio di tuo marito?»
Rose aggrotta la fronte e scuote il capo come non avesse compreso.
«La uccido, capito?! Uccido anche tua figlia se non ce lo dai subito!»
Piange, le lacrime sgorgano dai suoi occhi senza che possa controllarle mentre ancora scuote il capo e tenta di alzare un braccio indicando un armadietto alla sua destra. In quell’istante l’altro individuo ritorna nella stanza.
«La bambina dorme, non si è accorta di nulla.»
«Bene. Hai sentito, mammina? Tua figlia dorme. Ora ti lascio la bocca, capito? Se provi a gridare ancora sei morta!»
Il grosso creolo stacca la mano dalle labbra di Rose mentre lei chiude gli occhi per far sparire quel mostro dalla sua vista singhiozzando sommessamente, poi, appena trovato nell’armadietto ciò che cercava ritorna sul letto e appoggia la cassetta.
«È qui dentro, vero? Aprila, metti i numeri e aprila subito!»
La pioggia continua a battere incessante sulla struttura intanto che le dita tremolanti della donna cercano più volte di comporre la combinazione senza riuscire ad aprirla.
«Puttana, mi stai fregando! Perché non si apre?»
«Non… non la ricordo… io… non ricordo i numeri… vi prego non fateci del male… non riesco a ricordarli…»
«Brutta puttana, allora ci portiamo via tutta la cassetta ma prima voglio lasciarti un ricordo.»
Mentre lo pronuncia tenta di allargarle le gambe con una mano e con l’altra si tira giù la cerniera del calzone, quindi in un’istante le è sopra. Il peso la schiaccia, quasi la soffoca, la difesa che può opporre è minima.
«Ma che fai? Andiamo via, abbiamo l’orologio!»
«No… no… faccio subito…»
La sua voce è alterata, la completa nudità della donna e la scarsa collaborazione hanno risvegliato istinti primordiali, tenta persino di baciarla alzando leggermente la calza dal mento e contrariamente a quanto appena detto sembra prolungare la violenza con evidente sadismo.
«Mamma?!»
Un filo di voce dalla porta che si è aperta. Gli occhi assonnati, le labbra socchiuse in uno stupore che non riesce a manifestare con le parole. Forse sta ancora dormendo. Forse è soltanto un incubo.
L’uomo che le sta sopra si volta di scatto e Rose nel disperato tentativo di salvare la figlia artiglia il volto del suo violentatore strappandogli il nylon della calza, dalla cui fronte appare un’evidente cicatrice. Appena si rende conto di essere rimasto scoperto intuisce subito che potrà essere identificato.
«Etienne, uccidila! Uccidi la bambina mentre io penso a sistemare questa stupida troia!»
«Noooo!! Dejana va via! Scappa!!»
Il grido disperato della madre non serve a smuoverla. Le gambe sono paralizzate sulla soglia di quella scena atroce, trattenute da invisibili catene di paura.
«Mamma…»
Ripete il richiamo titubante e con tono sempre più flebile, come fosse una supplica per aiutarla ad uscire da quel brutto sogno. Non ha quasi il coraggio di alzare lo sguardo verso l’uomo che l’avvicina, le sue gambe iniziano un tremito involontario trasmettendole un brivido che corre fino alla punta dei piedi, nudi e instabili sul pavimento di legno. Etienne la osserva per un lungo attimo, tentennante, solleva la sbarra di metallo sopra la sua testa senza riuscire ad affondare il colpo su quel visetto angelico pieno di efelidi. Sembra un fermo immagine perché nessuna delle due figure si sposta di un millimetro dalla sua posizione. Dejana trova il coraggio e alza gli occhi incontrando il volto travisato dalla calza. È l’uomo nero, è il mostro dei racconti d’orrore. Anche i suoi denti prendono a battere con un impeto che non riesce a rallentare.
Le passa una mano tra il caschetto biondo e ancora non colpisce.
«Uccidila! Mi ha visto in faccia!»
Lo sprone perentorio del compagno è decisivo e tutto si compie in pochi battiti: la spranga cala con un gesto secco una sola volta e dalla fronte della ragazzina risponde immediato un rivolo rosso che scende rapido e si divide contornando il naso fino alle labbra. Dejana è ancora in piedi e continua a fissarlo, come se il suo corpo fosse sostenuto da una forza celeste che ne preleva l’anima prima di deporre al terreno quell’involucro ormai vuoto. Nello stesso istante, Rose lancia un urlo disperato e la sua mano che si contorce tra le lenzuola trova il coltello appoggiato dall’uomo mentre abusava di lei. Lo stringe e con un fendente lo infila quasi per intero a lato del collo ricevendone un copioso schizzo di sangue. Il creolo guizza dal letto portandosi le mani alla gola con un rantolo, ora anche nei suoi occhi si legge sorpresa e terrore. Sbatte contro la parete guardando il compagno e poi crolla sul pavimento dimenandosi per brevi scatti prima di rivolgere gli occhi al soffitto. Rose, senza smettere di urlare, si fionda alla soglia gettandosi sul corpo inanimato di sua figlia, ed Etienne, completamente confuso dall’accaduto, dal sangue e in preda a un delirio sterminatore, trovandosela inginocchiata ai piedi le sferra un colpo… poi un altro… e un altro ancora finché una pozza di sangue si allarga intorno a quel corpo. Guarda la sua mano ricoperta di quel liquido denso e abbandona la sbarra lasciandola cadere. Il suo respiro è affannato. Osserva con panico l’insieme della stanza e i tre corpi sdraiati, non pensa nemmeno al Rolex o a portare via qualcosa ma si volta precipitandosi sulla scala e scende la rampa di corsa. Prima di imboccare la porta un dolore fortissimo gli squassa la schiena, il fiato si spezza e le gambe cedono di botto. Si guarda lo stomaco e una punta acuminata fuoriesce sgocciolante. Quando si volta, Phil lo colpisce ancora sulla testa con il fucile subacqueo facendolo stramazzare al suolo. Negli attimi successivi lo scrittore sale in camera sbandando vistosamente e appena si affaccia nel locale muore almeno un milione di volte.
L’uragano ha improvvisamente cessato di rovesciare acqua sulla costa mentre un uomo, nudo e ricoperto di sangue, si avvia lungo la strada senza sapere dove lo porterà.

***

«Nooo! No! No! Non è vero! State mentendo!»
«Phil, Phil mi ascolti, la prego! Lei sa che quello che stiamo tentando di farle accettare corrisponde al vero. Questa non è una stazione di polizia, lei si trova ricoverato presso il Dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali del John Hopkins Hospital. È stato William Dorsey a prendersi cura della sua salute premurandosi che venisse seguito da noi. È il suo editore, si ricorda di lui?»
«Sono… è tutto confuso… rivedo immagini… frammenti di ricordi dei quali avete parlato… ma non può essere…»
«I fatti si sono svolti esattamente come le abbiamo descritto e dopo aver trovato i corpi senza vita dei suoi due famigliari ha camminato per qualche chilometro a piedi, probabilmente in stato incosciente, ed è stato fermato dalla Polizia di Freeetown in condizioni pietose mentre si aggirava completamente nudo in pieno giorno per le strade del piccolo centro.»
«Guardi questa foto, Signor Lamarre, qui come vede si trova insieme a sua moglie e sua figlia in un momento felice. – Interviene il più anziano. – Lei non ha alcuna responsabilità per come sono andate le cose, e anche per la morte di quell’uomo la polizia ha ricostruito i fatti ed è stato scagionato dato che ha agito per tentare di difendere i suoi cari. Ci rendiamo conto che il dolore e il peso della perdita subita ha gravemente alterato la sua capacità di giudizio ma deve ritrovare equilibrio e riconoscere che lei non poteva nulla. È arrivato il momento di elaborare il lutto e perdonarsi rientrando in sé stesso.»
L’uomo è sconvolto dalle rivelazioni, il suo volto appare rigato di lacrime ma qualcosa si sta smuovendo.
«No… Io non posso… Dejana… la mia piccola… è… è troppo forte… il dolore mi uccide, fatelo smettere vi prego!»
«Non la abbandoneremo, Phil, si faccia coraggio. Questo centro di cura è abilitato proprio per casi importanti come il suo, la seguiremo passo passo sostenendola con la terapia finché si sarà completamente ristabilito e potrà tornare al suo lavoro, ai suoi libri.»
«Era solo un’imitazione…»
«Come dice, Phil?
«L’orologio che portavo ad Antigua… non era un vero Rolex Daytona Albino… ne esistono solo pochi esemplari al mondo… lo avevo fatto fare su commissione per poche centinaia di dollari… Le hanno uccise per niente.»
«È importante quello che dice, c’è consapevolezza dell’accaduto, dimostra che la sua testa ha aperto una via per accettare il fatto. Cerchi di stare sereno, non è solo.»



Baltimora, Stato del Maryland
John Hopkins Hospital
Ore 8:15 del mattino successivo


«Ho preso il primo volo appena ho saputo le buone notizie.»
Un uomo robusto sulla settantina scambia una vigorosa stretta di mano con il dottor Roland Cox, primario del Dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali.
«C’è stato un grande miglioramento, signor Dorsey, siamo decisamente sulla giusta strada per un pieno recupero di tutte le sue facoltà mentali. È collaborativo e ieri pomeriggio ha voluto visionare alcuni video che lo riprendevano insieme a moglie e figlia. Ha iniziato a rammentare nomi di persone conosciute e ricordato persino il titolo di alcuni suoi libri. Siamo vicini.»
«Ottimo, dottore. Detto fra noi lui era la punta di diamante della nostra casa editrice e ci contavo davvero molto di rimetterlo in pista. Dopo questa vicenda drammatica i suoi lettori lo aspettano con trepidazione.»
Ultima stanza di un lungo corridoio. Prima di aprire la porta il medico avvisa l’uomo del comportamento che dovrà tenere.
«Non lo affatichi ricordandogli situazioni particolari o stressanti, nemmeno il vostro pregresso, potrebbe metterlo in imbarazzo qualora non riuscisse a focalizzare gli episodi. E soprattutto per il momento non gli parli di lavoro, potrebbe essere ancora incapace di vestire i panni dello scrittore perché collegati alla sua vita precedente; aspetti sempre che sia lui a entrare in determinati argomenti, non abbia fretta, ogni giorno la situazione andrà migliorando adesso che ha ristabilito il contatto con il suo io.»
«Stia tranquillo, dottore, conosco quell’uomo da oltre quindici anni e lo considero come un fratello; farò tutto il possibile per aiutarlo a venir fuori da questa brutta storia.»
Una grande vetrata riempie di luce la stanza. Le pareti, così come lo scarno arredamento, sono un insolito connubio di colori caldi giallo e arancio che sembra stonare con l’asettico complesso ospedaliero. Di spalle, seduto a una piccola scrivania, un uomo sta annotando una sequenza di numeri su uno dei tanti fogli sparsi intorno a lui.
«Phil, amico mio, non sai quanto speravo di poterti riabbracciare.»
L’uomo si volta richiamato dalla voce e osserva la figura ferma sulla soglia. Sta per aprire la bocca ma qualcosa lo lascia titubante con le parole che tardano a venire.
«Non devi preoccuparti di nulla, penserò io a tutto, ci prenderemo una pausa insieme e ti rimetterò in forma a forza di Martini e Aragoste. E poi hai bisogno di cambiare aria in fretta, la vista per troppo tempo di un ospedale per quanto sia il migliore in circolazione finirebbe per deprimere chiunque.»
«Mi scusi ma… deve avere sbagliato stanza. Non credo di conoscerla.»
«Ma che dici, Phil?! Guardami, sono William, il vecchio e grasso William Dorsey, l’uomo delle richieste impossibili, come mi battezzavi tu. Sono il tuo editore da quando hai iniziato a digitare su una tastiera la prima parola dei tuoi thriller.»
Finalmente sul volto del degente si apre un sorriso che il signor Dorsey ricambia all’istante allargando le braccia in un invitante abbraccio.
«Ero certo avesse sbagliato camera, il mio nome è Bennett, Michael J. Bennett.»

 

***

Fine



[1] Matusalemme





2 commenti:

  1. Attendo il seguito di questo racconto spero verrà postato tutto, finale compreso, vero?

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  2. Ciao, ti posso confermare che il racconto verrà postato tutto, ancora due puntate e potrai scoprire il finale della leggenda di Alito di Vento.

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