Serial...stories

 Serial... stories!


Nuova pagina dedicata a tutti coloro che, oltre ad apprezzare il mio stile di scrittura, amano generi e ambientazioni dai quali prendono vita i miei personaggi. Ogni mese sceglierò un racconto da proporvi, corredato poi dal contributo di foto e/o video che ne accompagnano la promozione. 


Racconto di luglio


Premiato all'Argentario 2025 nella raccolta Favole Inquiete


Favola nera




Ottobre 1871, Contea del Wiltshire a pochi chilometri da Chippeham. 


L’autunno ha partorito i suoi fiammeggianti colori sugli illusori pendii della campagna inglese, ma il giorno che si consuma riveste la tranquilla brughiera di un impalpabile sudario e la foschia cala inesorabile lasciando la sua bava sui campi di trifoglio. Steli ormai secchi di lavanda selvatica alternano a piccoli arbusti d’erica, accompagnando il sentiero che sale fino a Blackwall Court. 

L’antico casolare pare essersi assopito come la vegetazione circostante. Il lieve mormorio del vento accarezza la facciata di pietra ocra infilandosi fra i pinnacoli del tetto. Dalla finestra della veranda esposta a sud, si accende un bagliore caldo che riverbera sul vetro e, come per incanto, appare la figura esile di una donna. 

«È l’ora bambini. La sera avanza, dovete ritirarvi nella vostra camera perché un buon sonno ristoratore possa rinnovare energie per il nuovo giorno che verrà.»

I due gemelli si osservano come in uno specchio. A chi spetterà reiterare la richiesta come ogni sera? Le voci escono in perfetta coralità, mentre Mary Ann Blackwall getta nel camino un ceppo smuovendolo con l’attizzatoio finché la fiamma lo avvolge in un sommesso crepitio.

«La storia, signora madre, dovete ancora raccontarci la storia perché possa venirci sonno. Avete dimenticato?»

La donna siede sulla poltrona di velluto verde sistemando con cura la lunga veste di lino tra le pieghe del cuscino, scioglie dal raffinato chignon i capelli raccolti e con sguardo benevolo si rivolge ai figli.

«Non l’ho dimenticato. Siete nell’età in cui ancora vi è concesso sognare cavalli alati e immagini fantastiche. Come ho sempre fatto, anche questa notte avrete la vostra favola perché possiate dormire bene. Quale desiderate ascoltare, dunque?»

«La storia dei fratelli speciali.»

«Sì, quella vogliamo sentire!»

Con un tenue sorriso che ne increspa appena le labbra, Mary Ann adagia il capo sullo schienale e socchiude gli occhi verso il maestoso soffitto a cassettoni.

«Erano gli ultimi giorni di gennaio, i più freddi dell’anno. Dal milleseicento la grande casa in architettura Tudor aveva visto scorrere senza mai tremare innumerevoli inverni, resistendo a intemperie e alle guerre dell’uomo. Il suo posto era alla fine del sentiero delle volpi, fra i dolci declivi che d’estate profumavano di fiori, legna e cereali. John Lewis Carter l’aveva ereditata dai suoi genitori e altrettanto avevano fatto loro. E così, intere generazioni di famiglie erano cresciute all’ombra di filari di viti, dei campi d’avena e d’orzo, avevano visto allevare cavalli e conosciuto ogni altro animale selvatico delle campagne circostanti. Anche John aveva messo su famiglia. La sua splendida discendenza erano due figli maschi di nome Jacob e Oliver. I due fratelli, vanto per entrambi i genitori, fin da piccoli si erano palesati forti e capaci nell’apprendere, aiutavano nei raccolti e nella cura degli animali. Il loro rapporto era qualcosa di unico che ogni giorno diveniva più saldo. Avevano già dimostrato quanto fossero indispensabili l’uno per l’altro, ognuno condividendo una parte dell’anima del fratello, avvertendone bisogni e provando gli stessi sentimenti. Un legame indissolubile che nessuna forza al mondo avrebbe mai potuto spezzare.

In quei giorni di fine gennaio la morsa del freddo serrava le campagne tanto da spingere un lupo solitario ad avvicinarsi alla grande casa attaccando gli armenti. Le trappole di John non ebbero ragione della belva e quando un cavallo venne ritrovato sgozzato, il mattino stesso l’uomo decise che era ormai diventato troppo pericoloso e gli avrebbe dato la caccia. 

Quella sera scese presto una bruma fredda e pesante che anche la fiamma di una torcia avrebbe faticato a dissipare. John Carter non aveva ancora fatto ritorno, moglie e figli erano preoccupati anche perché la servitù era stata liberata per un’improvvisa epidemia di colera che aveva colpito una delle cameriere. All’ora di cena si avvertirono nitriti nervosi provenire dalla corte degli animali e la donna comprese subito che non si trattava del marito che aveva fatto rientro. Prese un fucile e ordinò ai figli di restare al sicuro nella casa. 

Trascorsi alcuni minuti, uno sparo anticipò di un istante le grida disperate della donna: il lupo l’aveva attaccata. Jacob capì dalle urla ciò che stava accadendo, prese torcia e coltello e, nonostante la giovane età, si precipitò con estremo coraggio in soccorso della madre, seguito a breve distanza da Oliver. Nei pressi delle mangiatoie trovarono la donna riversa per terra con le gambe sanguinanti segnate da profondi morsi. 

«Madre!»

Poco distante un ringhio sottile anticipò ogni risposta. In un angolo, occhi gialli dal taglio obliquo brillavano nel buio e dalla stessa tenebra spuntò il muso appuntito con le corte orecchie erette. Poi le grosse zampe avanzarono lentamente, mentre i cavalli, sempre più irrequieti, si agitavano inarcandosi e allargando le narici.  

«Andate via! Vi prego tornate alla casa o vi ucciderà!»

Piangente, la donna implorava strisciando per far da scudo alla prole, ma le sue suppliche non vennero ascoltate.

«Restate indietro, madre. Noi vi salveremo!»

Jacob ostentò il coltello, ma invece di puntarlo verso la belva iniziò a batterlo con forza sopra un secchio di ferro appeso ad una trave e di botto l’incedere dell’animale si arrestò. Preso coraggio lo fece sempre più forte aumentando il ritmo dei colpi finché, disorientato, il lupo abbandonò lo stallaggio con un breve scatto e si allontanò. Jacob sentiva di aver vinto ma ancora non gli bastava, voleva che la sua vittoria fosse completa. Con l’improvvisato tamburello corse dietro al lupo senza pensarci troppo. 

«Lo spaventerò ancora! Lo spaventerò almeno fino a quando sarò sicuro che non vorrà più far ritorno alla nostra casa.»

«No, figlio! No, non lo seguire è troppo pericoloso, torna indietro! Ascolta le mie parole!»

Ancora una volta a nulla valsero i tentativi di farlo desistere. Appoggiata a Oliver ritornò zoppicando fino alla casa, mentre in lontananza udiva il clangore ripetitivo perdersi fra la nebbia. Solo il tempo di arrivare al soggiorno e la donna crollò sul pavimento di legno pregiato sotto gli occhi impauriti del figlio. Il sangue fuoriusciva copioso dai brandelli lacerati di ambedue i polpacci, e Oliver, nonostante la paura, pensò che dovesse fare immediatamente qualcosa per fermarlo, così come il padre gli aveva insegnato. Corse a prendere delle pezze di lino e poi una brocca d’acqua con la quale lavò le ferite, quindi strappò il tessuto iniziando ad avvolgere come meglio poteva le ferite. In ultimo legò più stretta una benda sopra al ginocchio per rallentare l’emorragia. Appoggiato un cuscino sotto la testa della madre, bagnò d’acqua gelida una pezza e gliela passò sulla fronte sperando si riprendesse, ma un tremito lo pervase. Nel capo era comparso un dolore improvviso che non gli dava pace. Picchiò le tempie affinché quel tormento smettesse… E fu in quell’istante che avvertì la voce. Strepitava con angosciante frenesia chiamando il suo nome. In un primo momento non riuscì a capire, ma poi chiuse gli occhi e sentì chiaramente Jacob che lo supplicava di aiutarlo. Aprì la porta e corse fuori senza pensarci, corse a perdifiato in direzione del laghetto. La bruma era ancora densa come latte ma lui sapeva bene dove andare, conosceva l’esatto punto nel quale il fratello si trovava in pericolo come se gli occhi di Jacob fossero divenuti i suoi. 

Il piccolo lago ghiacciato quasi si confondeva con il resto dell’opalescente paesaggio. Si fermò ansimante a riprendere fiato, poi mise un piede sul lastrone gelido e fece il primo passo incerto cercando di non scivolare. La voce del fratello, un eco quasi indistinto ormai al limite della resistenza, gli fece rompere ogni indugio: provò a correre e dopo qualche metro cadde, trovandosi carponi davanti al volto privo di colore di Jacob. Immerso fino al torace nel punto in cui il ghiaccio aveva ceduto, i vestiti inzuppati si erano trasformati in una bara gelida che lo imprigionava e solo le braccia, abbarbicate a una sporgenza rocciosa, cercavano ancora di sostenerlo. 

Jacob guardava il fratello ma dalle labbra violacee non usciva un suono, solo un tremore intermittente che andava spegnendosi. Oliver non perse d’animo, strisciò fino a raggiungerlo e lo afferrò.

«Stringi le mie mani Jacob, coraggio, prendile e cercherò di tirarti fuori!»

Nonostante ripetute sollecitazioni, il corpo del fratello era privo di forze e, per quanto Oliver faticasse nel tirarlo a sé, non riusciva a strapparne un solo centimetro fuori dalle acque letali del lago. Quando vide le braccia scivolare e la testa inabissarsi lentamente fino a sparire nella spaccatura di liquido nero, iniziò a gridare con quanto fiato gli restava. Appena anche l’ultimo lembo delle dita scivolò via, si tirò su per avvicinarsi e infilò le braccia in acqua afferrandolo. Ma il destino aveva già deciso che i fratelli speciali non sarebbero mai stati separati, nemmeno dalla morte. 

La porzione già incrinata cedette nuovamente sotto il peso di Oliver e anche per lui ci fu l’abbraccio glaciale del lago. Gli angeli raccontano che scendendo nelle profondità liquide si tennero la mano senza paura perché erano insieme e, ovunque fossero andati, presto avrebbero ritrovato la strada per tornare a casa.»

«Sono stati due eroi, non è vero madre?»

«Certo. E la loro mamma, che mai li avrebbe sacrificati per salvare la sua vita, gli sarà eternamente grata per il grande coraggio dimostrato. Ora, però, si è fatto tardi e la vostra camera vi aspetta.» 

«Mary Ann, sono tornato!»

«Andate di sopra, presto, che vostro padre vi trovi a letto. Tra poco salirò per rimboccarvi le coperte.»

L’ampia veranda viene abbandonata dai gemelli mentre passi affrettati scuotono le scale. L’uomo accede nel locale e dopo uno sguardo preoccupato si rivolge alla donna:

«Perdonate il ritardo, in paese fervono preparativi festosi per la notte dei falò e mi sono intrattenuto più del dovuto per dare istruzioni sull’uso delle polveri piriche.»

«Avete fatto bene, John, come ex-ufficiale dell’esercito è un compito delicato e vi spetta di diritto.»

«Salendo le scale ho creduto di sentirvi parlare.»

«Mettevo a dormire i gemelli.»

«Capisco.»

L’uomo si accosta a una finestra rivolgendo uno sguardo assorto al piccolo lago poco distante mentre la donna, adagiata su una sedia a dondolo nei pressi del camino, si accorge che il vestito impigliato in un bracciolo ha lasciato scoperta la profonda cicatrice della gamba destra e si affretta a ricoprirla. John Lewis Carter segue silenziosamente il gesto e il dolce sorriso che la moglie regala chiudendo gli occhi.

La stanza è immersa in una quiete innaturale che il ritmico dondolare della sedia ogni tanto prova a interrompere con un lieve cigolio. Le pareti, rivestite di preziosi pannelli di quercia, mostrano antichi dipinti che raccontano la storia di generazioni e, al centro della galleria, la testa di un grosso lupo imbalsamato dal pelo grigio fulvo osserva lo scorrere lento di un tempo che appare infinito.               



***







2 commenti:

  1. Attendo il seguito di questo racconto spero verrà postato tutto, finale compreso, vero?

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  2. Ciao, ti posso confermare che il racconto verrà postato tutto, ancora due puntate e potrai scoprire il finale della leggenda di Alito di Vento.

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