Il lettore che mi sceglie: Riflessioni di un autore di noir

 

Il lettore che mi sceglie

Riflessioni di un autore di noir 




Quando scrivo, cerco una strada. Ma sono i lettori a decidere se percorrerla.
Non ho mai creduto che un autore potesse scegliere davvero il proprio lettore. Si può immaginare un pubblico, certo; si può desiderare che qualcuno riconosca la propria voce, che si avvicini a un certo modo di raccontare il buio, la Storia, la fragilità. Ma alla fine, sono i lettori a decidere se entrare o restare fuori.
E questa dinamica, che sembra semplice, è in realtà la più complessa di tutte.
Quando ho iniziato a scrivere avevo in testa un genere. Sono partito dal thriller per poi espandermi, raffinando il mio stile in molteplici sfumature che adesso non riuscirei facilmente a racchiudere in una sola definizione. È noir? Sì ma non solo. È crime, horror, gotico, di denuncia sociale, ma anche storico, perché non tralascio mai di soppesare la vicenda collocandola nel suo giusto contesto. Ho scritto di femminicidio, di violenza ai minori, di fobia e solitudine, di crimine del singolo e contro la guerra. 
Non avevo un lettore ideale in mente. Lo dimostra la mia digressione dal thriller iniziale. Non ho mai cercato di piacere a tutti i costi, ma di proporre qualcosa di vero che mi identificasse e desse un senso alla mia scrittura.
Avevo un mondo.
Un mondo fatto di frontiere, di città che odorano di polvere e vizio, di uomini che portano addosso la colpa come una seconda pelle, di donne che sopravvivono a un sistema che non è mai stato pensato per loro, di antieroi che lottano perché ci sono costretti e non per gloria e successo personale.
Avevo anche un modo particolare di guardare la Storia: non solo come sfondo, ma come ferita aperta che si può curare portando in evidenza episodi poco conosciuti all'interno di eventi più grandi.
E avevo una domanda: chi vorrà camminare qui dentro? 
È quella che si pongono tutti gli autori che iniziano un certo percorso. 
Col tempo ho capito che il lettore che mi sceglie non è il classico target che ti pone la casa editrice: non ha un’età specifica, né un genere definito e nemmeno cerca per forza solo il libro firmato dall'autore di copertina.
È definito dalla stessa passione che ci accomuna per una scrittura che crea emozione.

 E per celebrare questo incontro virtuale Autore/lettore in fondo a chiudere il post un intero capitolo omaggio tratto da La Crisalide e la lama. Sperando di farvi cosa gradita auguro a tutti buona lettura.


Come nasce un mondo narrativo

Dato l'approccio particolarmente "personale" con cui ho improntato l'incipit di questo articolo, continuerò a seguire l'istinto parlandovi di come sto vivendo questo connubio che si è creato tra me autore e voi lettori. E in questo secondo box lo farò rivelando da dove prendono vita le radici di una storia: l'immagine è la mia guida maestra.
A volte è un luogo recente che ho visitato e mi resta addosso per giorni, altre un volto che non ho ancora definito, ma che insiste come un’ombra sul bordo della pagina.
Prima della trama, prima dei personaggi e di qualsiasi idea di genere, c’è sempre un clima che mi porta ad elaborare l'atmosfera. Vi porto un esempio concreto: lo scorso anno per assistere a un opera all'Arena di Verona ho visitato i numerosi resti romani presenti in città e questo mi ha portato a calarmi nei panni di un personaggio e un'idea che maturavo da tempo, ma mi mancava proprio l'atmosfera.
Ecco che la Storia che sto scrivendo adesso, L'Aruspice, ha preso vita senza forzature entrando nella fase esecutiva del processo creativo con una naturalezza che non ho mai cercato di controllare.
Ogni epoca ha un modo diverso di parlare, una voce che cambia a seconda delle tensioni, delle paure e delle speranze che la attraversano. Vi avevo già spiegato che quando lavoro su un romanzo ambientato nel passato, cerco di capire come guardavano il mondo le persone che lo abitavano. Questo è il metodo.
Umberto Eco, ad esempio, ha mostrato quanto un’epoca possa diventare un sistema di pensiero. McCarthy ha trasformato la frontiera in un territorio che non concede tregua.
Sono autori che evocano un periodo storico come ne avessero fatto parte. La visione, la capacità di immedesimarsi fanno la differenza tra un discreto romanzo scritto con stile e trama discreta, e un capolavoro trattato come una cronaca vera.
L'evocazione diventa atmosfera.
Anche nel presente, la dinamica non cambia.
La mia Milano, nelle Stanze di Penny, ha un modo tutto suo di reagire e influenzare i personaggi.
Strade, edifici, caos metropolitano e silenzio interiore ad emarginazione contribuiscono a costruire la tensione del thriller.
La campagna piemontese del Canavese, nell'Estate delle Lumache colorate, amplifica il senso di vacuo della piccola comunità e rende più nitide le crepe interiori.
Ogni ambiente diventa interlocutore e presenza che accompagna la storia e la orienta.
Ecco, il noir che intendo nasce da questo dialogo.
Ellroy ha mostrato quanto la colpa possa modellare un destino.
Lehane ha dato voce alla fragilità come motore narrativo.
Jackson ha trasformato il quotidiano in un territorio inquieto.
Sono sguardi che hanno influenzato il mio modo di costruire tensione attraverso la ricerca di una verità emotiva.
E il fumetto ha completato la mia formazione.
Ken Parker mi ha insegnato che un personaggio può vivere in equilibrio instabile senza perdere profondità.
Frank Miller ha dato alla città un ruolo morale.
Alan Moore, con From Hell, ha costruito una Londra che genera mostri.
Sono opere che hanno ampliato il mio modo di guardare i personaggi e i luoghi.
La mia scrittura nasce da questa genealogia.
Mi sforzo di pensare per immagini: una finestra socchiusa, un vicolo illuminato male, un oggetto fuori posto.
Cerco il punto in cui la realtà perde equilibrio e metto in scena un world building che abbia regole ferree e credibili, si nutra di ombre e poche certezze, di ferite indelebili. Come quello in cui ci troviamo a vivere. 
Il lettore che mi sceglie entra qui.
In un luogo dove la Storia parla e tutti noi siamo chiamati ad ascoltare il suo messaggio.

Il lettore che mi sceglie: 
una questione di sguardo

E adesso passiamo a voi. 
Il lettore entra nella libreria pieno di aspettative. Ci sono curiosità, voglia di svago, passione per il seguito appena uscito della saga fantasy che stavate seguendo, semplice relax che vi concedete per andare a scoprire un nuovo autore o ricercare un libro di cui avete sentito parlare bene. Guardate una distesa di cover più o meno colorate, sfogliate le prime pagine, vi lasciate conquistare da una copertina geniale dal punto di vista visivo.
Il legame nasce così: un gesto semplice, un riconoscimento immediato.
Chi sceglie i miei romanzi ha familiarità con ciò che si muove sotto la superficie. Solitamente la cover lo stuzzica e la quarta di copertina lo intriga. ma è scorrendo qualche pagina che si decide se procedere all'acquisto. Leggendo qualche riga coglie la vibrazione di un luogo, la tensione di un’epoca, la crepa che attraversa un personaggio. Quando la scelta avviene, e questo accade sempre più spesso, attraverso i canali online la scelta è più difficile e proprio in questi casi il blog e i canali social aiutano nella conoscenza. Articoli, video, reel, foto, cover... sono la firma dell'autore per mostravi il suo lavoro. La mia firma.
Ho avuto modo di parlare con alcuni lettori durante i firmacopie e so che la fiducia va conquistata. Posso parlarvi del libro, della trama originale, dei premi conseguiti, del tempo speso a elaborare l'idea, ma posso conquistarvi pienamente soltanto dopo che lo avrete letto, tutto il resto sono soltanto parole. Le emozioni, i brividi, ve li trasmette il romanzo, non certo la mia promozione. 
Ad agosto ho avuto modo in vacanza di conoscere un paio di lettori che mi hanno intrattenuto in spiaggia a discutere con fervore de La Crisalide e la Lama. Si sono avvicinati al libro per consiglio di un amico, la via più diretta e sicura per far conoscere nuovi autori. Naturalmente è stato per me motivo di grande gioia sentire il loro entusiasmo svelandomi passi del libro che avevano particolarmente gradito o lo stile ricercato.
Arrivare a voi lettori è sempre l'impresa più ardua. Io vorrei compierla attraverso la voce, il ritmo, le immagini. Chi mi sceglie deve entrare nel mio mondo narrativo con la volontà di restare


Ed eccoci all'omaggio che aspettavate, un intero capitolo, uno dei più significativi de La Crisalide e la lama






Capitolo 11

Il destino ha scelto Ettie Flo

«Ettie, il signor Callum chiede di te. Lo sai che sei la sua preferita. È al tavolo d’angolo, non ha ancora ordinato. Vedi di accontentarlo come si deve e, mi raccomando, fallo bere un po’ prima di portarlo di sopra.»
La donna, seduta cavalcioni sulle gambe di un avventore, tirò su le sottane e si mise in piedi, dandosi una sistemata ai capelli. Poi si rivolse a Madam Abigail:
«A quello le ragazze piacciono in carne, e io ho la merce giusta da proporgli!»
Il cliente che la teneva sulle ginocchia si lamentò, insoddisfatto della poca attenzione che gli veniva riservata:
«Ehi, come sarebbe? Mi lasci sul più bello? È tutta qui la conside-razione che hai per me?»
Ettie, senza farsi condizionare, allungò una mano accarezzandogli la pelata e gli girò il sedere con sprezzante ironia.
«Calmati, tesoro. La passione ti brucia tutta adesso? È quasi un’ora che sto qui con te e questa mezza bottiglia, e se non mi hai ancora portata di sopra vuol dire che sei tirchio o non ti tira. Ora ti mando qualcuna a tenerti compagnia al mio posto. Io ho da lavorare!»
Le risate dei quattro che giocavano a carte lì accanto congedarono la donna, che pochi istanti dopo era già seduta al tavolo d’angolo dove l’uomo l’attendeva ansioso.
Brock Callum era il proprietario dell’emporio. Un affezionato del Big Circle. Anche se il denaro non gli mancava e avrebbe potuto permettersi di meglio, lo preferiva al Paradise. Gli piaceva Ettie Flo. Veniva almeno un paio di volte a settimana e chiedeva sempre e soltanto di lei.
Non era sposato. Sulla cinquantina, secco e allampanato come un palo del telegrafo, con una faccia funebre che ricordava più un becchino che un commerciante. Ma era un uomo pulito. Gentile. E a Ettie non dispiaceva.
Una volta raccontò che lo aveva visto piangere dopo essere stato con lei. A differenza degli altri clienti, lui talvolta le parlava. Tanto che si aspettava che prima o poi le avrebbe fatto la proposta di portarla via di lì. Ma quel sogno ad occhi aperti, che tante custodivano, era sempre rimasto disatteso.
Quando salirono, Callum non aveva bevuto niente ed era piuttosto agitato. Non si era più fatto vedere nel locale dal giorno della morte di Becky e ora diceva di avere alcune cose importanti delle quali voleva parlare.
«Vuoi del fumo? Mi sembri teso, Brock. Credo tu abbia bisogno di qualcosa per rilassarti.»
Ettie si fermò dopo i primi gradini. Incrociò lo sguardo di Navarro, che dal basso sorvegliava come sempre l'ascesa delle ragazze, e con un cenno gli indicò la stanza dell’oppio. 
Ma Callum le posò dolcemente una mano sulla sua, frenandola:
«No, Ettie. Devo rimanere lucido per ciò che ho da dirti. È impor-tante, sai… ci ho riflettuto molto.»
La ragazza rimase un po’ scossa. Lanciò un’ultima occhiata a Na-varro e, con un breve cenno negativo della testa, annullò la richiesta precedente.
Quando la porta della sua stanza si richiuse, Ettie accese il lume a olio sulla parete vicino al letto e versò un goccio di laudano nel bicchiere, mandandolo giù d’un fiato. Si sfilò la pesante veste, re-stando solo con il corsetto rigido, intrecciato sul davanti, che fati-cava a contenere le sue forme prosperose. Poi si tolse le mutande e si adagiò sulla brandina. La fiamma del lume ardeva di una luce calda e ambrata, che accarezzava i suoi contorni e metteva in risalto i piccoli nei tra i seni.
Callum restò in piedi, vicino alla porta, a guardarla.
«Come sei bella, Ettie.»
«Cosa sono questi complimenti? Non vuoi fare l’amore?»
«Sì. Ti voglio.»
L’uomo non si spogliò. Fu la ragazza a farlo per lui, poi si unirono.
Trascorse circa mezz’ora. Con voce titubante, lui le disse quanto doveva.
«Ho pensato molto a quello che è successo alla tua compagna… questo posto non è per te. Voglio… voglio che tu venga via. Io… ci verresti a stare con me? Non devi rispondere subito, ma se accetti potresti stare al negozio e nel frattempo sistemarti a casa mia… Poi… poi forse, un po’ più in là, quando avremo imparato a conoscerci meglio, potremmo anche pensare di…»
Gli occhi di Ettie si riempirono di lacrime fino a tracimare copiose lungo le guance, attraversando il sorriso luminoso che si era formato appena aveva colto l'intero senso di quel discorso. Non credeva che le sue orecchie avrebbero mai udito parole che da sempre aveva osato solo sognare. Lei, che aveva venduto ogni centimetro di sé per anni, in quel momento si sentì per la prima volta nuda davvero, spogliata della corazza di cinismo che l’aveva tenuta in piedi.
«Questo sarebbe un sì?»
Assentì con il capo, in un silenzio interrotto solo da un lieve suono gutturale di commozione che ricordava il vagito di un neonato.
Si alzò dal letto e versò un po’ d’acqua dalla brocca nella bacinella, gettandosela sul viso per cancellare le tracce delle lacrime. Dopo essersi asciugata con un panno, indossò di nuovo le vesti con gesti rapidi e sicuri, coprendosi infine con un pesante scialle di lana grigio.
Si rivolse verso l’uomo ancora disteso:
«Aspettami qui, Brock. Promettimi che non te ne andrai… Esco fuori un momento… tutta questa cosa mi ha smosso il corpo.»
Callum sorrise, voltandosi quasi con pudore dalla parte opposta. Appoggiò la testa sulla fodera di lino grezzo del cuscino, che ancora odorava di lei, e chiuse gli occhi.
Ettie Flo accostò la porta della sua stanza. Attraversò il corridoio a sinistra e aprì quella del pianerottolo che dava sulla scala seconda-ria, all’esterno.
Uno sbuffo gelido le percosse le gote e si propagò rapidamente, diramando un brivido al resto del corpo. Schegge di neve, pungenti e fitte come uno sciame d’api impazzite, schizzarono tra mulinelli d’aria depositandosi su ciglia, capelli, tra le pieghe del vestito.
«Brrrr… fa un cazzo di freddo… e questa dannata neve non smette mai di cadere…»
Scese le scale con andamento incerto, attaccandosi al corrimano per non scivolare sulle lastre di ghiaccio che foderavano i gradini. Stringendo lo scialle sopra la testa, coprì rapidamente i pochi passi che la separavano dalla latrina in fondo al vicolo.
A meno di cinquanta metri, dietro il vetro di una finestrella che guardava sulla stradina, un uomo alimentò la fiammella di una lampada a olio. Il mozzicone del sigaro riprese ad ardere, diffon-dendo nello stanzino scarsamente illuminato un fumo denso, dall’aroma legnoso.
«Eccola là. Un’altra che se ne va alle latrine. E un’altra notte buttata a guardare fuori da una finestra. Vorrei capire che cazzo si è messo in testa Patterson, se è vero che quel figlio di puttana lo abbiamo già seppellito da due settimane.» Il vicesceriffo Nathan Crowe tirò fuori dal taschino l’orologio a catena, osservando con preoccupazione lo scorrere lento della lancetta. «Solo le ventitré… ancora un paio di stramaledette ore per il cambio. Questa è la volta che Merritt mi troverà allegramente addormentato.»
Ettie entrò nel bugigattolo di legno con una smorfia:
«Ahh, che puzza! Nemmeno un quintale di neve riesce a far sparire quest’odore!» Tirò su il vestito e allargò le gambe sopra la buca. «Dannazione, mi si geleranno le chiappe!»
«Toc!»
Un rumore secco e improvviso nella parete alle sue spalle la fece sobbalzare.
«Chi c’è là fuori? Marji, sei tu?»
Tra le fessure delle assi di legno una figura scura si agitò con un fruscio, scomparendo alla sua vista.
«Chi diavolo sei? Se vuoi godere dello spettacolino devi venire al bordello e tirare fuori il grano! E forse stavolta nemmeno quello ti basterà: Ettie Flo sta per diventare una signora di quelle vere.»
Udì ancora rumori provenire dalla sua destra. Dopo qualche secondo spalancò la porta, furente.
«Dannato bastardo di un guardone, ora mi sono completamente bloccata… ahh, che tu possa crepare all’inferno!»
Non fece in tempo a terminare l’invettiva. Un sibilo solcò l’aria e qualcosa di freddo e duro le raschiò la gola. Sentì il collo inumidirsi di liquido caldo, senza quasi percepire il dolore. Il respiro si in-terruppe all’istante.
Portò entrambe le mani alla gola, cercando di cacciar fuori un grido d’aiuto. Ma dalle labbra uscì solo un rantolo mostruoso.
Atterrita, staccò le mani dal collo e le vide imbrattate di sangue. Cercò di reggersi alla porta della latrina, ma le gambe cedettero di schianto. Si ritrovò inginocchiata per terra, immersa in una coperta gelida.
«Ggghhhhh…»
Quando un’ombra le si parò davanti, il rantolo aumentò di intensi-tà e nei suoi occhi sgranati il terrore lasciò il posto allo stupore. Al-lungò le mani verso quella figura quasi cercasse una spiegazione, ma senza alcuna pietà la lama saettò di nuovo. Colpì ancora. E poi ancora. Tagli su mani e braccia protese a difesa. Una falange si staccò dopo un colpo particolarmente violento, terminando il suo volo a un metro dalla ragazza. Il manto candido fiorì di schizzi rossi.
Ettie Flo si accasciò, confusa dal dolore. Reclinò la testa sulla coltre gelida. Il gorgoglio del sangue nella carotide recisa si attenuò lentamente. Gli occhi non si chiusero: la scintilla vitale non li voleva abbandonare. Ma sapeva che era arrivato il momento di morire.
Che peccato. Proprio adesso. Proprio in quell’istante che il destino le aveva offerto una nuova possibilità.
Mani decise frugarono sotto il vestito. Con difficoltà, calarono le ingombranti mutande fino a metà delle cosce tornite di Ettie. La lama penetrò come il burro nella carne rosata e proseguì l’incisione irregolare tra i peli rossicci, mentre rivoli scarlatti comparivano in risposta al suo passaggio scivolando lungo le gambe. Quando l’orrenda operazione ebbe termine, il killer, con un gesto secco, af-fondò lo strumento metallico nella neve fresca: la ripulì dal sangue fino a farla tornare d’argento lucente.
«Cristo santo! Ma che cazzo sta facendo?!»
Nathan Crowe si precipitò dalla finestra del Bull’s Head verso la porta, dimenticando Winchester, cappello e giaccone di pelliccia sulla branda. Estrasse la Colt dalla fondina e scese le scale come una furia.
Sbucato in strada, gridò a squarciagola verso il vicolo, perdendo l'equilibrio e scivolando nella neve. Si rialzò infarinato di gelo, percorrendo d’un fiato il tragitto che lo separava dalla latrina. A venti metri già distingueva chiaramente la ragazza e le chiazze di sangue sparse tutt’intorno, ma accanto al corpo non c’era più nessuno.
Smarrito, Crowe fece qualche passo intorno al cadavere senza il coraggio di toccarlo. Si accostò al battente socchiuso della latrina, trattenne il fiato e lo spalancò di colpo, puntando la Colt col cane già alzato.
Il vuoto.
«Bastardo! Bastardo maledetto!»
Imprecò tra sé, senza più nemmeno la forza di gridare. Il respiro, mozzato dal freddo e dall’angoscia, usciva con un suono rauco. Puntò al cielo la pistola e fece partire uno… due colpi, che risuona-rono quasi all’unisono nell’aria ovattata, scuotendola. 
Poi un terzo.
Dalla porta principale del saloon sbucarono i primi avventori. Nelle case vicine, porte e finestre si spalancarono e nuove grida si leva-rono ovunque, squarciando l’oscurità finché l’intera strada non fu preda del caos.
Callum spalancò gli occhi al soffitto. L’immagine di un bimbo che correva goffamente tra le mercanzie del suo negozio svanì dalla testa in un soffio. Il battito del cuore accelerò all’istante, come già presagisse la tempesta che lo avrebbe travolto.
Si precipitò fuori dalla camera trovandosi fra la concitazione di altre stanze che nel frattempo si erano aperte.
Lawanda era confusa nel mezzo del corridoio, il vestito ancora slacciato e un cliente che dalla stanza la strattonava, non volendone sapere di essere lasciato a metà di quanto aveva appena iniziato.
«Ehi, dannata puttana, non puoi andartene così! Ho pagato e tu devi rimanere qui finché avrò finito!»
Anche la porta di Chrysanta era spalancata. La ragazza era ferma sulla soglia della camera con indosso soltanto i mutandoni bordati di trina. Seni e piedi nudi sfidavano incuranti il freddo, mentre alle sue spalle il cliente appena soddisfatto si stava frettolosamente ri-vestendo. Lo sguardo della donna cercava nel vuoto la provenienza dei colpi, senza riuscire a trovarla.
Callum attraversò col fiato corto quei pochi passi frenetici verso l’uscita sulla scala. Urtò Lawanda senza rallentare il suo incedere e, varcando la porta, si trovò avvolto nella spirale di neve che in-combeva sul ballatoio.
I suoi occhi si affannarono a cercare nel buio. E nonostante l’oscurità la scorse subito.
«No!»
Non disse altro. Non ci riuscì. Dentro di sé, quel presentimento era già la sola, raggelante risposta alle domande che tutti gli altri sta-vano ancora gridando al vento.
Scese i gradini. Lo fece con foga, rischiando di scivolare. Il tempo sembrava essersi fermato su quella scala, come se non dovesse ar-rivare mai. Quando fu a un passo da lei, si avvide del vicesceriffo Crowe inginocchiato accanto al corpo.
Restò in piedi in silenzio finché le gambe glielo consentirono, poi si prostrò anch’egli nel gelido candore. Non guardò il sangue sparso copiosamente tra la neve e le vesti, né le ferite aperte su collo e braccia. Non distinse nemmeno le mutilazioni orrendamente esposte della sua intimità… Vide solo gli occhi acquosi che brillavano dei riflessi accesi di una vicina lanterna: erano ancora aperti, vitrei. Lo fissavano senza vita mentre fiocchi di cristallo impalpabili si posavano cercando pietosamente di ricoprirli e spegnerli per sempre.
Ettie Flo se n’era andata. Senza di lui.
«Ettie… no.»
Appena si rese conto della presenza dell’uomo alle sue spalle, Na-than Crowe schizzò in piedi e si allontanò rapidamente verso il fondo del vicolo, urlando:
«Chiamate il dottore, presto! Avvertite lo sceriffo! Io provo a vedere qua attorno… non può essere andato lontano… L’ho visto dalla finestra, era ancora qui pochi secondi fa!»
Brock Callum, ignorando l'ordine ricevuto, non si mosse di un palmo dal corpo della sua Ettie. Iniziò ad accarezzarle dolcemente il viso, ripulendolo dalla neve che sembrava volerlo nascondere. Il capannello di gente che si era formato attorno osservava il cadavere con morbosa ripugnanza, ma Brock era solo con la sua sposa mancata, nel silenzio bianco di quel vicolo.
L’uomo prese con delicatezza un lembo del vestito e ricoprì lo scempio della sua nudità. Non lo fece per celare l'orrore delle ferite, ma solo per un atto di pudore che a lei non era mai stato concesso. Neanche nella morte.
«Qualcuno ha chiamato il dottore?»
«Ma non vedete che quella poveretta è andata? Non ha più bisogno di nessun dottore, ormai!»
«Lo sceriffo! Fate venire subito lo sceriffo!»
Tra le grida concitate della piccola folla si fece largo la mano di Abigail. Stese una salvietta di lino per nascondere agli occhi di tutti quel corpo straziato. Era la seconda volta che lo faceva per una delle sue ragazze e ancora non riusciva a piangere. Qualcosa dentro di lei la faceva tremare, stringendole lo stomaco in una morsa. Ma non era paura. No. Era rabbia. E quel velenoso rancore andava ben oltre la disperazione.
Arrivai qualche istante prima dello sceriffo Patterson. Appena mi vide mi aggredì a parole:
«Me l’hanno ammazzata, Aaron! Hanno ucciso anche lei! Il ba-stardo che avete seppellito se n’è uscito dalla tomba o voi avete preso l’uomo sbagliato! Cosa farai adesso? Cos’avete intenzione di fare tu e Parris? Ve ne starete ancora a guardare nel caldo dei vostri uffici finché avranno abbattuto come vitelli tutte le mie ragazze?!»
Aveva ragione, maledizione! Le preoccupazioni che sembravano svanite erano diventate di colpo solide certezze: Keller non era il nostro uomo. Non lo era mai stato.
Nonostante le circostanze avverse, le cose probabilmente erano andate proprio come lui ci aveva riferito.
«Lasciami lavorare, Abby. Ora sei troppo sconvolta. Vattene e chiuditi dentro nel locale con le tue colombe. Verrò dopo da te e vedremo il da farsi.»
Abigail strinse i pugni, mostrandomeli come se volesse colpirmi. Ma tutto quello che riuscì a fare, dopo una smorfia di disgusto, fu sputare per terra in segno di disprezzo. Poi, mandata giù a fatica la cosa, si ritirò nel saloon, fece sfollare i pochi clienti rimasti e chiuse i battenti.
Nathan tornò dal suo giro, infreddolito e col fiatone, ma senza uno straccio di indizio. Per colpa del buio e della bufera, aveva com-preso troppo tardi cosa stava accadendo. E purtroppo, scendendo dalla sua stanza al Bull’s Head, appena giunto in strada lo aveva perso di vista. Non era servito a nulla mettersi prontamente in caccia ispezionando il perimetro dello stabile: nessuna traccia di sangue. E tra la neve, calpestata ormai da troppi stivali, non c’era un’impronta sicura da poter seguire che provenisse dal cadavere.
«Sapresti almeno riconoscerlo?»
«No, Cristo Santo, no! Era troppo scuro da quella distanza… ho visto soltanto un’ombra… mi sembrava che la ragazza stesse parlando con qualcuno. Poi, improvvisamente, è caduta per terra. Solo in quel momento ho capito che era nei guai.»
Le torce accese rischiararono il vicolo immerso nella penombra. Ogni angolo venne ispezionato a dovere, senza tuttavia rivelarci nulla di ciò che volevamo sapere.
Le numerose impronte della gente accorsa avevano reso impossibile definire una pista. L’aggressore doveva essersi appostato nei pressi della latrina e lì aveva atteso pazientemente che una delle ragazze uscisse per strada a fare i suoi bisogni, cosa che succedeva con frequenza tutte le sere. E aveva colpito.
Poi, forse, era toccato al destino decidere.
E il destino aveva scelto Ettie Flo.
Patterson arrivò con qualche minuto di ritardo, buttato giù dal letto dai suoi uomini.
«Toglietevi di torno! Fate largo! Buon Dio, gente, possibile che con questo freddo nessuno abbia niente di meglio da fare che star-sene per la strada a congelare?!»
Si aprì un varco con qualche spintone e finì proprio per comparire davanti al cadavere. I nostri sguardi s’incontrarono, muti. Con la canna del fucile sollevò il lenzuolo che lo copriva e il suo volto si corrugò di solchi profondi.
«Maledizione! E va bene, non dirmi niente! Avevi ragione tu, Aaron. Ma non ci sarà un secondo errore.»
Ricoprii il corpo di Ettie e scossi la testa.
«Io non ho aperto bocca. Temo però che non sarà semplice… anche stavolta quel bastardo ha preso il volo prima che qualcuno lo potesse vedere. È dannatamente furbo. E sta facendo esattamente quello che ha promesso: sta abbattendo le ragazze del bordello come se fosse a caccia.»
«Figlio di puttana! A che cazzo di gioco starà giocando?! Cos’ha a che fare con le colombe di Abby? E perché diavolo le riduce come montoni scuoiati?!»
«Se avessi anche una sola delle risposte che cerchi, non sarei qui a perdere tempo accanto a un cadavere ridotto in questo stato.»
In quell’istante arrivò Doc, stremato, con la pesante borsa che lo sbilanciava tra la neve. Ma, come la volta precedente, il suo inter-vento era superfluo.
«Un’altra ragazza?! Gran Dio, è conciata quasi come la povera Becky! Parris, che sta succedendo in questa dannata città?»
Lo sceriffo alzò il bavero del giaccone, rincagnandosi tra la folta pelliccia del collo. Tornò a stringere nervosamente il Winchester con entrambe le mani e indirizzò uno sguardo deciso al dottore.
«Lo prenderemo, Doc. Potete starne certo!» sentenziò con un tono che non ammetteva repliche. «Stavolta lo prenderemo. A costo di tirare giù dal letto ogni abitante e rivoltare tutte le case di questo infernale posto.»
Lo proclamò a voce alta per fare in modo che ogni anima presente nei dintorni udisse la sua promessa. E una nuvoletta densa di vapore circondò la sua barba ingrigita, dissolvendosi nell’aria come una liberazione.
«Nathan, voglio che metti insieme una decina di ragazzi svegli: i fratelli Clark, McDermott, Willy Santini, gli Hannegan, anche Pete Halfpipe se non è sbronzo. Organizza un paio di squadre e piazzale ai due lati di uscita della città, buttando giù di sella chiunque vedono sopra un cavallo. Io e gli uomini del marshal ci occuperemo della pista qui intorno finché è ancora calda.»
Nathan Crowe ascoltò attento gli ordini dello sceriffo Patterson. La sua mano destra stringeva ancora la Colt, da quando si era get-tato in strada all’inseguimento.
«Vado, sceriffo. Ma prima devo fare un salto al Bull’s Head a ri-prendere la mia roba che ho lasciato nella stanza. Qui fuori si gela, cazzo!»
«Sbrigati, dannazione! E non farmi ricordare che è successo durante il tuo turno. Dovevi essere a quella finestra proprio per impedire tutto questo!»
Parris gli schiumò dietro tutta la rabbia che covava, mentre il vice-sceriffo già correva goffamente verso la locanda, rallentato dallo strato di neve che gli mordeva le caviglie.
Io, intanto, osservavo inorridito la scena atroce del delitto. In quella mattanza, ancora una volta, riuscivo a percepire solo un odio implacabile.
A un certo punto decisi di risalire la scala secondaria del bordello. Sui gradini, calpestati da decine di piedi, non trovai nulla. Ma pro-prio a metà del corrimano notai una piccola striatura rosata. Sangue diluito, quasi sciolto dalla neve, che la pioggia gelata non era ancora riuscita a lavare via.
In quell’istante maturai una teoria che poteva gettare una luce nuova sull’intera vicenda. La notte della morte di Becky non l’avevo nemmeno presa in considerazione, ma ora mi sembrava avesse una sua logica. Soprattutto dopo aver valutato che anche in questa sanguinosa uccisione non c'erano tracce dell’aggressore al di fuori del perimetro in cui era caduta la vittima.
Non ne parlai con nessuno. Ma questo poteva voler dire solo due cose: o era tanto abile e rapido da cancellare ogni traccia e svanire nel nulla come un demonio… oppure era stato facilitato dalla sua stessa tana.
Stavamo dando la caccia a un fantasma per le strade, mentre il diavolo, probabilmente, sedeva al caldo tra le pareti del Big Circle.
 

***




L’immagine che rimane

Siamo alla fine anche di questo post.
La stanza è quasi buia come di mia abitudine.
La luce arriva da una finestra socchiusa e disegna una linea sottile sul tavolo e un fastidioso riflesso sullo schermo del PC.
Fuori Milano è silente, la mezzanotte è trascorsa e mentre per gli altri il lavoro è rimasto in cantiere per me sta iniziando. La notte è prolifica per la mia creatività, ve l'avevo già sussurrato tempo addietro: il mio mondo narrativo si sveglia quando per gli altri si tratta di dormire. 
Lo schermo attende, ma non è vuoto: capitolo 26 dell'Aruspice è alle battute finali, ci vorrà tempo per concluderlo e la fretta non è mai una buona compagna per uno scrittore; le vicende devono decantare con la giusta ossigenazione come un buon vino d'annata. E io non ho fretta. Dentro quella attesa continuano a muoversi le memorie dei personaggi, le atmosfere della Storia, le energie delle città e la presenza dei lettori che mi accompagnano giornalmente. Come una missione.
La prossima storia arriverà da un dettaglio che ancora non vedo, ma quando quel dettaglio diventerà chiaro le dita troveranno i tasti o la vecchia stilografica a seconda di dove mi trovo.
La scrittura comincia sempre così:
da un’immagine che rimane.


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“Ogni parola è un passo. Grazie per aver camminato con me tra queste righe.  

  Ma le storie non finiscono, cambiano voce e interpreti e aspettano solo di essere ascoltate.”

Massimiliano Serino

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