Sulle tracce di Poe tra Passato e Futuro
La Penna e il Bisturi
Gennaio 2026. Il freddo che in questi giorni morde i vetri del mio studio milanese porta con sé una strana lucidità. È un momento preciso che si ripresenta all’inizio di ogni nuovo anno, in cui il silenzio non sembra affatto vuoto. È denso, quasi tattile, simile a quello che si respira in una bottega di restauro. In questi istanti creativi mi torna alla memoria una frase di Edgar Allan Poe, fedele compagna quando mi accingo a tracciare la prima riga di un nuovo progetto: «L’oscurità che si vede è spesso più terribile di quella che si immagina».
Aprire un nuovo anno editoriale non è, per me, solo un rito di passaggio, ma l’apertura di un nuovo cantiere archeologico nell’animo umano, la discesa in una cripta dove le storie giacciono in attesa di essere risvegliate.
Il mio approccio al thriller e al noir non cerca lo spavento improvviso, il jump-scare cinematografico fine a se stesso; cerca invece quella "precisione del terrore" che si annida nel dettaglio fuori posto. È un lavoro di restauro, un termine che i miei lettori più affezionati conoscono bene, dove la parola non serve a coprire, ma a grattare via la superficie della normalità per rivelare la struttura sottostante. In questo 2026, la mia bussola narrativa punta decisa verso territori dove la logica più ferrea si scontra con l'abisso più nero, esattamente come accadeva nei racconti di colui che ha inventato il giallo moderno.
Raffronti e Visioni
Il punto di contatto più autentico tra la mia produzione e la lezione di Edgar Allan Poe risiede in quella che lui chiamava raciocination (raziocinio). Poe non scriveva solo per emozionare, ma per analizzare. Il suo Auguste Dupin non è un eroe d’azione, è una mente che seziona il caos.
Rintraccio questa stessa necessità di "ordine chirurgico" in alcune mie figure, prima fra tutte Elisa Mori in "Asperger". Come il narratore de Il cuore rivelatore di Poe è ossessionato dal "battito" che solo lui può sentire, Elisa vive nella sua neuro-diversità di piccole ossessioni quotidiane, dettagli, sfumature che sfuggono all’occhio comune. La differenza è nel movente: dove Poe esplora la follia che nasce dalla colpa, io esploro la logica che nasce dalla diversità. In entrambi i casi, l'oggetto - che sia l'occhio del vecchio per Poe o un’opera d’arte per me - smette di essere materia e diventa un testimone silenzioso.
Spostandoci verso il cinema, questo legame si fa ancora più visibile e il thriller storico aggiunge un ulteriore strato di fascino. Se pensiamo alla Londra vittoriana del mio racconto "Ossimoro", il richiamo è alle atmosfere gotiche di Roger Corman che adattava Poe, dove l’architettura stessa - il teatro True Illusion - diventa un personaggio senziente, proprio come la Casa degli Usher. Il male non è un’entità esterna, ma è impregnato nelle mura che imprigionano spettri e segreti.
Tuttavia, il noir moderno mi impone un passo ulteriore: la tecnologia come nuovo feticcio gotico. In "La voce che uccide", la nebbia milanese svolge lo stesso ruolo della brughiera inglese, ma il "fantasma" non è più uno spirito, è una voce radiofonica che viaggia nell’etere. È il concetto di Poe aggiornato al 2026: l'impossibilità di sfuggire a ciò che non possiamo vedere, ma che possiamo chiaramente sentire. Il mio stile cerca di mantenere quella densità descrittiva che fu di Poe - dove ogni aggettivo ha un peso specifico - applicandola però alla crudeltà metropolitana o alla polvere della Storia, come nelle "Scatole cinesi" che collegano la Milano spagnola del '600 ai giorni nostri.
L’Oggetto come Testimone
Tra lo Schermo e la Pagina
Il climax di ogni indagine, che sia poliziesca o dell’anima, risiede nel potere dell’oggetto. Nel cinema, questo concetto è visivo, quasi feticistico. Pensate al dettaglio ossessivo del guanto di pelle nei thriller di Dario Argento o alla fotografia che rivela un cadavere tra i cespugli in Blow-Up di Antonioni. In Velluto Blu di David Lynch, tutto inizia con un orecchio mozzato trovato in un prato. La cinepresa ci sprofonda dentro, trasformando un pezzo di carne in un portale verso l'abisso. È quello che Alfred Hitchcock chiamava il MacGuffin, l'espediente narrativo per motivare i personaggi, ma con una sfumatura più sinistra: l'oggetto diventa il feticcio del trauma. Se nel cinema la forza è nell'immagine, nella letteratura l’oggetto diventa memoria viva, quasi organica. Ovvero, mentre la macchina da presa ci costringe a guardare, la parola scritta ci costringe a immaginare. È la differenza che passa tra il vedere un delitto e l'abitare la mente di chi lo ha compiuto o subito.
Nella mia scrittura, cerco spesso questo cortocircuito. Penso alla fredda precisione del crocifisso d'argento in "Asperger", che per la restauratrice Elisa Mori non è solo un’arma, ma un elemento che serve a ricomporre un ordine violato. La letteratura ci permette di abitare quella freddezza, di sentire il peso specifico del metallo e il gelo del marmo della chiesa sul Naviglio. In "La voce che uccide", ad esempio, uno strumento tecnologico come la radio si trasforma in un portale dove l'etere diventa complice della nebbia milanese, portando la morte direttamente nelle case degli ascoltatori. In sostanza, dove il cinema ci proietta direttamente all'interno dell'atmosfera voluta, la letteratura può invece permettersi il lusso di indugiare, restituirci l'odore della polvere del palcoscenico mescolato a quello del sangue vecchio di secoli.
Il parallelismo tra questi due mondi è un po' la base della mia narrativa. Il cinema mi ha insegnato il taglio dell'inquadratura, il ritmo del montaggio che accelera il battito. La letteratura, invece, mi ha dato la chiave per aprire quelle stanze chiuse dove i mostri non hanno bisogno di saltare fuori dal buio: sono già lì, seduti a tavola con noi, mascherati da vicini di casa o da vecchi zii che scelgono il silenzio come ultima forma di pietà.
Un carnet pieno di brividi e mistero
E mentre fuori, il 2026 muove i suoi primi passi con il clamore dei propositi e delle luci ancora accese; qui, tra le pareti del mio studio, il tempo sembra essersi incagliato in un ingranaggio arrugginito in attesa di essere avviato.
Eccoci dunque sulla soglia.
Il primo impegno, come già vi ho anticipato, sarà portarvi con me in territori dove il confine tra il giallo e il mito si fa sottile.
Attraverseremo l’oceano verso Hispaniola e cavalcheremo lungo le frontiere americane con "La Crisalide e la Lama", dimostrando che il "nero" non ha confini geografici, ma solo emotivi. È il mio romanzo più ambizioso, un viaggio che attende da tempo di essere condiviso, una storia dove la mutazione non è solo biologica, ma morale. Come un Theo Natholis che cerca il voodoo per riempire il proprio vuoto creativo, anche noi cercheremo la verità tra i fumi di un incendio e le confessioni di un vecchio marinaio. Se Poe avesse viaggiato verso l’isola di Hispaniola, forse avrebbe cercato proprio quel tipo di "trasformazione" che io ho provato a descrivere: il momento in cui, attraverso il dolore, avviene il passaggio fra la Crisalide e il nuovo stadio.
Oggi non ci sono premi da celebrare né traguardi da vantare. C’è solo l’onestà del foglio e la promessa che manterrò con voi lettori: ogni post, ogni racconto che condividerò, sarà un tentativo di regalarvi brividi ed emozioni restituendo un frammento di verità umana, per quanto oscura essa possa apparire. E il blog quest'anno diventerà più denso, più "sporco" di vita e di inchiostro. Vi racconterò di come nasce un'idea tra i banchi di un mercatino dell'antiquariato e di come un volto intravisto nella metropolitana milanese possa diventare il protagonista di un incubo digitale in "Anime Disconnesse". Ci saranno ancora approfondimenti sulla letteratura giallo/noir e su quella thriller e horror, ma anche articoli e richiami che si rifanno a cronaca e società. Fra le novità parleremo di fumetto del settore (sono stato per anni nel settore come illustratore free lance) e pubblicherò le prime interviste di altri colleghi autori usciti come me dalla CRIME FACTORY 2022 guidata dal mitico Paolo Roversi.
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| L'ispettrice Ilaria Boni nel racconto La Voce che uccide |
Per chiudere come farebbe la mia speaker radiofonica in "La Voce che uccide": Vi invito a restare sintonizzati su queste frequenze. Commentate, interrogatevi e, se ne avete il coraggio, aprite insieme a me la prossima "scatola cinese". Il viaggio nell'inquietudine è appena ricominciato.
Benvenuti nel mio 2026. E ricordatevi di tenere sempre la luce accesa.
“Ogni parola è un passo. Grazie per aver camminato con me tra queste righe.
Ma le storie non finiscono, cambiano voce e interpreti e aspettano solo di essere ascoltate.”






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