Ritorno al Thriller/Horror
Questo testo, già premiato e inserito nella raccolta antologica Favole Inquiete, è un piccolo esperimento di meta‑horror, un tributo alle fobie che ci hanno formati e ai mostri che abbiamo imparato a chiamare per nome solo da adulti. Ho voluto giocare con l’idea stessa del racconto dell’orrore, non aspettatevi un semplice esercizio di stile: qui la paura è un pretesto per parlare di noi, di ciò che ci spaventa davvero, di ciò che ci definisce. E, come spesso accade nei miei lavori, c’è anche un filo di ironia nera che tiene insieme tutto, perché la paura, quella autentica, sa essere terribile e grottesca allo stesso tempo.
Vi ricordo che il racconto sarà online a partire dal 1° giugno e per tutto il mese lo troverete sulla pagina "Serial...stories. Spero vi diverta, vi inquieti, e magari vi costringa a chiedervi quali mostri, oggi, busserebbero alla vostra porta se qualcuno spegnesse la luce.
![]() |
| La cover dell'antologia dove Racconti nel buio è stato pubblicato |
(senza spoiler)
Un racconto che gioca con il lettore, lo inganna, lo diverte e lo colpisce allo stomaco, fino a un finale che ribalta tutto con un’ironia tagliente.
Due parole sul racconto
“Racconti nel buio” è un horror metanarrativo che sfrutta prevalentemente due piani:
il piano realistico, con il gruppo di amici che si punzecchia, si sfida, si provoca;
il piano immaginifico, dove le paure prendono forma e diventano carne, sangue, visioni.
La forza del racconto è racchiusa in tre elementi:
1. La struttura a scatole cinesi
2. L’uso delle fobie infantili
3. L’ironia finale
COLLOCAZIONE DI GENERE
Il racconto si colloca tra:
Horror psicologico
Horror metanarrativo
Weird contemporaneo
Slasher mentale (non fisico, ma percettivo)
Dark comedy (nel finale)
È un testo che gioca con i codici del genere, li smonta e li rimonta, mantenendo sempre un tono personale e riconoscibile.
RIFERIMENTI LETTERARI E CINEMATOGRAFICI
Il racconto dialoga con una tradizione precisa, senza mai imitarla:
Stephen King – per l’uso delle fobie infantili (IT, Boogeyman).
Clive Barker – per la corporeità visionaria e disturbante.
Poe – per il gusto del macabro psicologico.
Shirley Jackson – per la tensione che nasce dal non visto.
Scream / Wes Craven – per il gioco meta-horror e la consapevolezza del genere.
Creepshow – per la struttura episodica e l’ironia nera.
Se, anche solo per un istante, questa storia vi ha fatto sorridere, rabbrividire o ricordare qualcosa che credevate sepolto, posso considerare il suo compito compiuto.
Grazie per aver camminato con me, ancora una volta, sul filo sottile che separa il gioco dalla paura.






Nessun commento:
Posta un commento