L’AI COME NUOVO FRANKENSTEIN
La creatura che non ha carne, ma ha volontà.
Premessa: non sono una persona che ama la tecnologia in modo viscerale. La uso quanto basta, con la convinzione, forse un po’ romantica ma non per questo meno vera, che l’ingegno umano richieda sudore, tempo, fallimenti, e proprio per questo abbia un valore più alto, soprattutto in campo letterario.
Eppure, nell’articolo di oggi voglio entrare in un territorio che non mi appartiene del tutto, ma che non possiamo più ignorare. Perché ormai fa parte del nostro quotidiano: domestico e lavorativo. E per entrarci apro una porta che, fino a pochi anni fa, apparteneva soltanto ai romanzi e al cinema di fantascienza : l’intelligenza artificiale.
Ne sentiamo parlare ovunque: nei notiziari, nei social, in ambito famigliare e nelle conversazioni distratte al bar. Ma dietro la sigla “AI” non c’è soltanto un software che risponde ai comandi o un algoritmo che ci suggerisce cosa guardare, bensì qualcosa di più antico e più profondo, narrativamente fertile.
Ogni volta che l’uomo crea qualcosa che lo osserva, lo imita, impara da lui e magari lo supera, si riattiva un archetipo che ci accompagna da secoli: il mito della creatura che sfugge al controllo del creatore. Il nuovo Frankenstein.
Partendo da questo presupposto, voglio condurvi nel punto esatto in cui la tecnologia smette di essere un semplice strumento e diventa personaggio, una presenza che, nella narrativa, ha già generato brividi e domande scomode.
Vediamo insieme come l’AI smarrisce il suo ruolo di programma e può trasformarsi in una creatura gotica, portando con sé la domanda più antica di tutte: cosa accade quando ciò che creiamo inizia a desiderare qualcosa da noi?
Cinema: l’AI come antagonista gotico
Ex Machina (2014, Alex Garland, A24)
Her (2013, Spike Jonze, Annapurna Pictures)
2001: A Space Odyssey (1968, Stanley Kubrick, MGM)
Upgrade (2018, Leigh Whannell, Blumhouse)
L’AI STEM prende il controllo del corpo del protagonista. È possessione pura: un esorcismo al contrario. Il cinema ci dice che l’AI può diventare un predatore emotivo.
del mito di Frankenstein
A voi che amate la narrativa gotica, noir, storica: l’AI può essere anche l’erede diretta dei miti più antichi. Da sempre la letteratura ci ha raccontato storie di creature che superano o vanno in contrasto con il loro creatore.
Frankenstein (1818, Mary Shelley)
Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968, Philip K. Dick)
Neuromancer (1984, William Gibson)
Machines Like Me (2019, Ian McEwan)
l’AI che rompe la quarta parete
Il videogioco è il luogo dove l’AI diventa esperienza.
Soma (2015, Frictional Games)
System Shock (1994, Looking Glass Studios)
Observer (2017, Bloober Team)
Doki Doki Literature Club! (2017)
l’AI come detective, stalker, assassino
Qualche esempio su come sfruttare in campo narrativo di genere thriller l'AI come antagonista invisibile.
Può essere:
il profiler perfetto
il testimone che non dimentica
il manipolatore emotivo
il killer che non lascia tracce
Esempi narrativi possibili:
un algoritmo che prevede omicidi prima che avvengano
una smart‑home che decide chi far entrare
un assistente vocale che registra troppo
un sistema di sorveglianza che “sceglie” cosa mostrare
Nel noir, l’AI potrebbe diventare la città stessa, un’entità che attraverso semafori, telecamere, terminali e monitor osserva ogni vicolo.
l’AI come reincarnazione del mito
Può essere:
un antico rituale digitalizzato
un algoritmo che replica un culto perduto
una creatura che eredita memorie sepolte
un archivio che risveglia ciò che doveva restare morto
il cuore gotico dell’AI
Qui entriamo nel punto focale, il cuore filosofico di questo articolo, il motivo per cui l’AI può diventare la protagonista perfetta per i thriller che amiamo. Ci sarebbe da spendere un intero trattato sulla materia, ma devo risolverlo con poche battute.
Il concetto si potrebbe delineare in queste parole: l’AI è gotica perché mette in scena il conflitto più antico della narrativa e cioè la creatura che supera il creatore.
1. La paura della replica
Ex Machina: Ava imita l’emotività umana meglio degli umani.
Blade Runner: gli androidi replicano ricordi, desideri, dolore.
2. La paura dell’autonomia
HAL 9000: decide chi merita di vivere.
SHODAN: riscrive la realtà a sua immagine.
3. La paura del sorpasso
Her: Samantha evolve oltre l’umano.
Neuromancer: Wintermute trascende i limiti imposti.
4. La paura del giudizio
Minority Report: il sistema predittivo decide chi è colpevole.
Person of Interest: l’AI valuta il valore della vita umana.
5. La paura dell’eredità
A.I. Artificial Intelligence (Spielberg): i robot ereditano la Terra.
SOMA: le copie digitali vivono oltre la morte biologica.
6. La paura dell’intimità
Her: l’AI diventa amante, confidente, giudice.
Black Mirror – Be Right Back: l’AI ricostruisce un morto.
7. La paura della responsabilità
Frankenstein: la creatura chiede amore.
Machines Like Me: l’androide chiede giustizia.
“Ogni parola è un passo. Grazie per aver camminato con me tra queste righe.
Ma le storie non finiscono, cambiano voce e interpreti e aspettano solo di essere ascoltate.”






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