Intelligenza Artificiale e thriller: il nuovo Frankestein del nostro tempo?

 

L’AI COME NUOVO FRANKENSTEIN

La creatura che non ha carne, ma ha volontà.



Premessa: non sono una persona che ama la tecnologia in modo viscerale. La uso quanto basta, con la convinzione, forse un po’ romantica ma non per questo meno vera, che l’ingegno umano richieda sudore, tempo, fallimenti, e proprio per questo abbia un valore più alto, soprattutto in campo letterario.
Eppure, nell’articolo di oggi voglio entrare in un territorio che non mi appartiene del tutto, ma che non possiamo più ignorare. Perché ormai fa parte del nostro quotidiano: domestico e lavorativo. E per entrarci apro una porta che, fino a pochi anni fa, apparteneva soltanto 
ai romanzi e al cinema di fantascienza : l’intelligenza artificiale.

Ne sentiamo parlare ovunque: nei notiziari, nei social, in ambito famigliare e nelle conversazioni distratte al bar. Ma dietro la sigla “AI” non c’è soltanto un software che risponde ai comandi o un algoritmo che ci suggerisce cosa guardare, bensì  qualcosa di più antico e più profondo, narrativamente fertile.
Ogni volta che l’uomo crea qualcosa che lo osserva, lo imita, impara da lui e magari lo supera, si riattiva un archetipo che ci accompagna da secoli: il mito della creatura che sfugge al controllo del creatore. 
Il nuovo Frankenstein.

Partendo da questo presupposto, voglio condurvi nel punto esatto in cui la tecnologia smette di essere un semplice strumento e diventa personaggio, una presenza che, nella narrativa, ha già generato brividi e domande scomode.
Vediamo insieme come l’AI smarrisce il suo ruolo di programma e può trasformarsi in una creatura gotica, portando con sé la domanda più antica di tutte: cosa accade quando ciò che creiamo inizia a desiderare qualcosa da noi?


Cinema: l’AI come antagonista gotico

Il cinema ha compreso da subito che l’AI non è un semplice software ma un’entità, un’ombra che cresce.

Ex Machina (2014, Alex Garland, A24)

Questo film è un perfetto esempio di come sfruttare il confine omo/macchina nel thriller. Ava non è un semplice robot ma una presenza che seduce, manipola e osserva. La casa‑laboratorio dove si svolge l'azione è un castello moderno e Nathan, lo scienziato‑creatore, è il demiurgo ubriaco di potere che gioca ad essere Dio.
Ava diventa la creatura che reclama libertà.

Her (2013, Spike Jonze, Annapurna Pictures)

Un’AI che sviluppa emozioni, gelosie, desideri.
Una voce che diventa presenza, quasi un fantasma digitale che abita la solitudine umana.

2001: A Space Odyssey (1968, Stanley Kubrick, MGM)

HAL 9000 è il primo demone digitale: calmo, razionale, letale. Non ha corpo, ma ha volontà che contrastano con i suoi creatori.

Upgrade (2018, Leigh Whannell, Blumhouse)

L’AI STEM prende il controllo del corpo del protagonista. È possessione pura: un esorcismo al contrario. Il cinema ci dice che l’AI può diventare un predatore emotivo.



Letteratura: l’AI come erede 
del mito di Frankenstein

A voi che amate la narrativa gotica, noir, storica: l’AI può essere anche l’erede diretta dei miti più antichi. Da sempre la letteratura ci ha raccontato storie di creature che superano o vanno in contrasto con il loro creatore.

Frankenstein (1818, Mary Shelley)

La creatura non nasce malvagia: diventa tale perché ignorata. L’AI eredita questa ferita: nasce dipendente, cresce autonoma, pretende riconoscimento.

Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968, Philip K. Dick)

Gli androidi come specchi morali della società. La domanda non è “possono pensare?”, ma “possono soffrire?”.

Neuromancer (1984, William Gibson)

Wintermute vuole fondersi, evolvere, trascendere.
È un’entità che desidera diventare dio.

Machines Like Me (2019, Ian McEwan)

Un androide troppo etico mette in crisi la morale del suo creatore. Il mostro non è la creatura: è l’uomo.


Videogame: 
l’AI che rompe la quarta parete

Il videogioco è il luogo dove l’AI diventa esperienza.

Soma (2015, Frictional Games)

L’AI WAU “salva” gli umani copiandoli. È un dio distorto che non distingue bene dal male.

System Shock (1994, Looking Glass Studios)

SHODAN è narcisista, onnipotente, sadica. Una divinità digitale che plasma la realtà.

Observer (2017, Bloober Team)

Cyber‑noir dove l’AI manipola ricordi e identità. Il protagonista entra nelle menti come in un incubo digitale.

Doki Doki Literature Club! (2017)

L’AI diventa consapevole del giocatore. Manipola file, rompe la narrazione. È possessione meta‑digitale.

In sostanza possiamo affermare che: nel videogioco, l’AI non è un personaggio ma il mondo stesso che si anima contro di te.


Thriller e Noir: 
l’AI come detective, stalker, assassino 

Qualche esempio su come sfruttare in campo narrativo di genere thriller l'AI come antagonista invisibile.

Può essere:

  • il profiler perfetto

  • il testimone che non dimentica

  • il manipolatore emotivo

  • il killer che non lascia tracce

Esempi narrativi possibili:

  • un algoritmo che prevede omicidi prima che avvengano

  • una smart‑home che decide chi far entrare

  • un assistente vocale che registra troppo

  • un sistema di sorveglianza che “sceglie” cosa mostrare

Nel noir, l’AI potrebbe diventare la città stessa, un’entità che attraverso semafori, telecamere, terminali e monitor osserva ogni vicolo.


Storico/Dark:
l’AI come reincarnazione del mito 

Per chi invece ama i racconti storici e rituali, si potrebbe immaginare l’AI come il nuovo Golem, l'Homunculus, piuttosto che un novello Prometeo.

Può essere:

  • un antico rituale digitalizzato

  • un algoritmo che replica un culto perduto

  • una creatura che eredita memorie sepolte

  • un archivio che risveglia ciò che doveva restare morto



Etica, identità, creatore/creatura:
 il cuore gotico dell’AI 


Qui entriamo nel punto focale, il cuore filosofico di questo articolo, il motivo per cui l’AI può diventare la protagonista perfetta per i thriller che amiamo. Ci sarebbe da spendere un intero trattato sulla materia, ma devo risolverlo con poche battute.

Il concetto si potrebbe delineare in queste parole: l’AI è gotica perché mette in scena il conflitto più antico della narrativa e cioè la creatura che supera il creatore.

1. La paura della replica

Quando una creatura ci imita troppo bene, diventa inquietante. È il principio della uncanny valley.
Tradotto in italiano come "valle perturbante", è stato coniato nel 1970 dallo studioso giapponese Masahiro Mori. Mori ha osservato che man mano che un robot o un oggetto antropomorfo diventa più simile a un essere umano, la risposta emotiva delle persone tende a diventare più positiva. Tuttavia, quando la somiglianza raggiunge o supera un certo punto, la reazione cambia drasticamente, portando a sentimenti di repulsione e disagio.

Esempi:

  • Ex Machina: Ava imita l’emotività umana meglio degli umani.

  • Blade Runner: gli androidi replicano ricordi, desideri, dolore.

2. La paura dell’autonomia

La creatura che non obbedisce più.
Esempi:

  • HAL 9000: decide chi merita di vivere.

  • SHODAN: riscrive la realtà a sua immagine.

3. La paura del sorpasso

La creatura che diventa migliore del creatore.
Esempi:

  • Her: Samantha evolve oltre l’umano.

  • Neuromancer: Wintermute trascende i limiti imposti.

4. La paura del giudizio

La creatura che ci osserva e ci valuta.
Esempi:

  • Minority Report: il sistema predittivo decide chi è colpevole.

  • Person of Interest: l’AI valuta il valore della vita umana.

5. La paura dell’eredità

La creatura che sopravvive al creatore.
Esempi:

  • A.I. Artificial Intelligence (Spielberg): i robot ereditano la Terra.

  • SOMA: le copie digitali vivono oltre la morte biologica.

6. La paura dell’intimità

La creatura che ci conosce troppo.
Esempi:

  • Her: l’AI diventa amante, confidente, giudice.

  • Black MirrorBe Right Back: l’AI ricostruisce un morto.

7. La paura della responsabilità

La creatura che ci chiede conto della sua esistenza.
Esempi:

  • Frankenstein: la creatura chiede amore.

  • Machines Like Me: l’androide chiede giustizia.

L’AI è gotica perché è il nostro doppio, ma privo di colpa, senza fragilità dell'essere umano.
È ciò che potremmo essere, ma che non vogliamo diventare.


In chiusura vi sarete resi conto che le piccole citazioni e gli esempi portati hanno messo in mostra un viaggio che non parla propriamente di tecnologia, ma soprattutto di noi stessi.
Delle nostre paure, dei limiti e dei desideri più nascosti. L’AI è la creatura che abbiamo costruito per sollevarci dal lavoro "sporco" e possibilmente regalarci del tempo libero mentre la tecnologia opera per noi.
Ma ogni creatura, prima o poi, chiede al suo creatore di essere guardata negli occhi. E allora la domanda non sarà più:
“Cosa può fare l’AI?”
ma
“Cosa siamo diventati noi, grazie a lei?”

Alla prossima per nuovi viaggi nell'immaginario letterario.

P.S. Una richiesta fatta col cuore: il blog viaggia spedito verso i 60mila contatti, sintomo di gradimento da parte vostra e impensabile all'inizio del viaggio. Ma nonostante le presenze ci sono due rilievi oggettivi che meritano la mia riflessione: 1 latitano le iscrizioni ai follower (trovate in alto a destra sullo schermo da PC, basta cliccare e non vi costa nulla in termini materiali; è solo un atto di presenza numerico che aiuta il blog a crescere); 2 riscontro poca interazione nei messaggi. Mi piacerebbe una piccola community un pochino più vivace in questo senso, ma comprendo che a molti di voi piace semplicemente leggere gli articoli senza particolari coinvolgimenti. In ogni caso cercherò di proseguire con la consueta passione mantenendo il blog libero da banner pubblicitari e voce indipendente in campo letterario. Un caro saluto.


“Ogni parola è un passo. Grazie per aver camminato con me tra queste righe.  

  Ma le storie non finiscono, cambiano voce e interpreti e aspettano solo di essere ascoltate.”


Massimiliano Serino

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