Due premi, due storie e lo stesso lato oscuro

 Autunno Giallo & Noir

Due premi, due storie e lo stesso lato oscuro








Due racconti, due premi e la stessa ossessione.
Nelle prossime settimane avrò il piacere di aggiungere due nuove soddisfazioni al mio percorso letterario.
L'8 novembre, presso la Mediateca Sergio Fregoso di La Spezia, riceverò il secondo premio assoluto al concorso "Giallo & Noir nel Golfo dei Poeti 2026" con il racconto Case Report 78-A1 - Il caso Rebecca Rossini.
Pochi giorni più tardi, il 21 novembre, sarà invece la volta della classifica finale di Appuntamento in Nero 2026, dove il racconto La voce che uccide si è già assicurato un posto tra i primi tre classificati.
Due storie molto diverse tra loro, due registri narrativi distinti.
Eppure, rileggendole oggi, mi accorgo che entrambe nascono dalla stessa domanda.
Quanto possiamo davvero fidarci di ciò che crediamo reale?



Rebecca Rossini e il labirinto della mente




I delitti, da soli, raramente mi interessano. Quando ho iniziato a scrivere Case Report 78-A1, mi interessava molto di più parlare di ciò che accade prima e dopo. Le conseguenze, le ferite invisibili e i ricordi che cambiano forma fino a diventare qualcos'altro.
Rebecca è una ragazza fragile, tormentata da attacchi di panico e visioni disturbanti. Convinta di aver assistito a un omicidio, si affida alla persona che dovrebbe aiutarla a distinguere la realtà dall'incubo. Da quel momento il racconto si sviluppa come una lenta esplorazione della memoria, della manipolazione e del potere che alcuni individui possono esercitare sulle convinzioni altrui.
Mentre lo scrivevo pensavo spesso a quanto il noir contemporaneo si sia allontanato dal semplice "chi è stato".
I capostipiti del Noir ci hanno insegnato che il vero mistero non è quasi mai il colpevole, ma la fragilità umana che conduce al crimine, e più recentemente, scrittori come Sandrone Dazieri hanno esplorato la stessa idea spostando l'attenzione sull'ambiguità psicologica e sulle identità spezzate.
Rebecca appartiene proprio a quel territorio. Non è una vittima tradizionale, ma una persona che tenta disperatamente di orientarsi in una realtà che qualcuno sta alterando dall'interno.
Ed è forse questa la forma di paura che mi inquieta maggiormente.
Non il mostro nascosto nell'ombra, ma chi riesce a convincerti che l'ombra esista soltanto nella tua testa.



Quando le parole diventano un'arma





Con La voce che uccide il punto di partenza è stato completamente diverso. Tutto nasce da una suggestione molto semplice: e se uno scrittore decidesse di confessare i propri delitti dentro un racconto?
L'ambientazione radiofonica è arrivata come conseguenza diretta al precedente concorso con cui questo racconto è nato: "Delitti in radio", appunto. Le vecchie trasmissioni notturne, i programmi dedicati alla cronaca nera, l'atmosfera dei Navigli avvolti dalla nebbia e quella sensazione tutta milanese di vivere in una città che, dopo il tramonto, sembra mostrare un volto diverso da quello del giorno.
Andrea Valli è uno di quei personaggi che ogni autore incontra prima o poi. Individui che non si limitano a raccontare una storia ma la trasformano in una visione del mondo. Nel suo caso, la scrittura diventa un'estensione della violenza: ogni vittima è una pagina e ogni delitto un capitolo.
Mi interessava lavorare sul rapporto perverso tra creatività e ossessione, senza mai confondere le due cose, ma mostrando come una mente disturbata possa utilizzare il linguaggio per giustificare qualsiasi atrocità.
Da questo punto di vista il racconto deve molto al noir americano e a quegli autori che hanno trasformato il serial killer da semplice antagonista a voce narrante, lasciando al lettore il compito di attraversare territori moralmente scomodi.



Le ombre alle mie spalle: dialogando con i maestri del noir

Prima di diventare autore, è bene ricordare che anch'io come tutti  sono stato lettore. Il lascito di questa formazione che ogni scrittore porta con sé è una biblioteca invisibile fatta di romanzi amati, autori incontrati lungo il cammino, pagine che credevamo di aver dimenticato e che invece continuano a riaffiorare, magari anni dopo, mentre stiamo scrivendo una scena o costruendo un personaggio.
Rileggendo oggi Il caso Rebecca Rossini e La voce che uccide, mi sono chiesto quali fossero le ombre letterarie che, consapevolmente o meno, si aggirano dietro queste storie. Non si tratta di imitazioni, naturalmente, ogni autore è alla costante ricerca della propria voce, ma credo che ogni voce nasca sempre da un dialogo con chi ci ha preceduto.

Giorgio Scerbanenco: il noir delle ferite umane

L'ho citato più volte nei post precedenti, se esiste un autore che ha insegnato al noir italiano a guardare dentro l'animo umano prima ancora che sulla scena del crimine, è sicuramente Scerbanenco. A lui ogni scrittore delle generazioni successive deve qualcosa.

Da leggere assolutamente:

Venere privata (1966)
Traditori di tutti (1966)

I suoi romanzi non parlano soltanto di delitti. Parlano di solitudine, emarginazione, fragilità e disperazione. Nei racconti di Duca Lamberti il male non arriva dall'esterno: nasce quasi sempre da persone comuni che hanno imboccato la strada sbagliata.
Ritrovo qualcosa di quella sensibilità in Rebecca Rossini. Non nel meccanismo investigativo, ma nell'attenzione verso la vulnerabilità dei personaggi. Rebecca non è un'eroina. È una giovane donna confusa, manipolata e spaventata, proprio come molti protagonisti scerbanenchiani che si muovono all'interno di un mondo più grande e crudele di loro.




Carlo Lucarelli: quando il crimine diventa atmosfera

Tra gli autori italiani che più hanno influenzato il mio immaginario non può mancare Lucarelli.

Da leggere assolutamente:

Carta bianca (1990)
Almost Blue (1997)

Lucarelli ha sempre avuto la capacità di trasformare le città in personaggi. Bologna, l'Emilia, i quartieri apparentemente ordinari diventano luoghi inquietanti dove la normalità si incrina poco alla volta.
Ne La voce che uccide ho cercato qualcosa di simile. Milano non è soltanto uno sfondo. La nebbia dei Navigli, la radio notturna, i cortili industriali e l'umidità delle periferie contribuiscono quanto i personaggi alla costruzione della tensione narrativa.



Sandrone Dazieri: il labirinto della mente

Se Scerbanenco osservava le ferite dell'anima e Lucarelli l'atmosfera del delitto, Dazieri ha portato il thriller italiano contemporaneo nel territorio della psicologia e dell'inganno percettivo.

Da leggere assolutamente:

Uccidi il padre (2014)
L'Angelo (2016)

Nei suoi romanzi la verità è raramente ciò che appare. Il lettore si muove in un continuo slittamento tra ipotesi e realtà, mentre la mente dei personaggi diventa un territorio complesso e imprevedibile.
È probabilmente l'autore italiano che più si avvicina al cuore di Case Report 78-A1. La storia di Rebecca nasce infatti da una domanda che mi perseguita da tempo: quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi quando qualcuno è in grado di manipolarli?



Thomas Harris: il potere della manipolazione

Sul versante internazionale, pochi autori hanno influenzato il thriller psicologico quanto Harris.

Da leggere assolutamente:

Red Dragon (1981)
Il silenzio degli innocenti (1988)

Ciò che rende memorabili i suoi romanzi non è soltanto la presenza di serial killer iconici, ma l'analisi del potere psicologico. I personaggi più inquietanti non sono necessariamente i più violenti. Sono quelli capaci di esercitare controllo sugli altri.
La dottoressa Rinaldi appartiene proprio a questa categoria. Non impugna armi. Non minaccia. Convince. Manipola. Riscrive una realtà fino a trasformarla in una verità alternativa. Ed è proprio questo a renderla spaventosa.




Joe Hill: quando le storie diventano contagiose

Tra gli autori contemporanei che più apprezzo c'è sicuramente Joe Hill, capace di muoversi con naturalezza tra horror, thriller e fantastico senza perdere di vista i personaggi e le loro ossessioni.
Da leggere assolutamente:

La scatola a forma di cuore (Heart-Shaped Box, 2007) 
NOS4A2 (2013) 

Nei suoi romanzi la dimensione soprannaturale non è mai fine a sé stessa. Diventa piuttosto un amplificatore di paure, traumi e desideri già presenti nell'animo umano. Le sue storie partono spesso da un'intuizione semplice per trasformarsi in qualcosa di disturbante e profondamente emotivo.
Ripensando a La voce che uccide, mi colpisce una suggestione comune: l'idea che i racconti non siano mai del tutto innocui. Andrea Valli utilizza la scrittura come una confessione mascherata, trasformando la narrazione in una zona grigia dove realtà e finzione finiscono per confondersi. Una prospettiva che, pur seguendo strade diverse, dialoga con quella capacità di Hill di attribuire alle storie un peso quasi fisico.




Alla ricerca di una voce

Naturalmente sarebbe presuntuoso accostarsi a nomi che hanno contribuito a definire il noir e il thriller contemporaneo.
Più che modelli da imitare, li considero compagni di viaggio ideali. Autori che, ognuno a modo proprio, hanno esplorato territori narrativi che continuo a trovare irresistibili: la fragilità della memoria, l'ambiguità morale, l'identità, l'ossessione e il confine sempre incerto tra verità e percezione.
Riguardando Case Report 78-A1 e La voce che uccide, riconosco qualcosa di ciascuno di loro. Le ferite umane di Scerbanenco, le atmosfere urbane di Lucarelli, i labirinti psicologici di Dazieri, il potere manipolatorio delle relazioni in Harris e la fascinazione per il racconto come strumento di trasformazione presente in Joe Hill.
Se però dovessi individuare un elemento che sento davvero mio, sarebbe un altro.
Mi interessa osservare cosa accade quando una persona smette di fidarsi della propria percezione del mondo.
Rebecca Rossini vede una realtà che qualcuno sta riscrivendo per lei. Andrea Valli utilizza la scrittura per riscrivere sé stesso e i propri delitti. Entrambi vivono dentro una narrazione alterata, e forse è proprio lì che continuo a cercare le mie storie: non sulla scena del crimine, ma nel punto esatto in cui la verità comincia a deformarsi.

In chiusura

I premi fanno piacere, inutile fingere il contrario.
C'è sempre una soddisfazione particolare nel vedere una storia alla quale hai dedicato tempo, dubbi, revisioni e notti insonni trovare spazio nella mente di chi la legge e nel giudizio di chi la valuta. Ma con il passare degli anni mi sono reso conto che il vero privilegio non è salire su un palco o aggiungere una targa a una bacheca, ma accorgersi che certe storie continuano a respirare anche dopo averle concluse.
E questi due racconti hanno intrapreso un percorso che ormai non appartiene più soltanto a me. Hanno incontrato lettori, giurie, sensibilità diverse, iniziando a vivere una vita autonoma che è forse il destino più bello che possa capitare a un racconto.
Fra qualche anno i nomi dei concorsi si saranno probabilmente confusi nella memoria, le classifiche avranno perso importanza e le date delle premiazioni saranno diventate semplici appunti su una vecchia agenda.
Le storie, invece, avranno ancora una possibilità.
Quella di essere lette da qualcuno che non sa nulla dei premi ottenuti, delle selezioni superate o dei riconoscimenti ricevuti. Qualcuno che aprirà la prima pagina senza aspettative e deciderà da solo se vale la pena proseguire il viaggio.
In fondo, la partita più importante tra uno scrittore e un lettore si gioca sempre sul gradimento della storia.
La prossima settimana tornerò a parlare di narrativa. Proveremo a curiosare dietro le quinte della costruzione di un thriller, esplorando alcuni meccanismi narrativi che trasformano un'idea in una storia capace di tenere il lettore sveglio fino all'ultima pagina.


Alla prossima, amici di Immaginario di Parole. 📚✍️


"Ogni parola è un passo. Grazie per aver camminato con me tra queste righe.  

  Ma le storie non finiscono, cambiano voce e interpreti e aspettano solo di essere ascoltate.”

Massimiliano Serino

Nessun commento:

Posta un commento

I più apprezzati da voi